Trump minaccia la Cina e la Fed

The Donald: «Intesa al G20 o altri dazi. Tassi troppo alti»

Donald Trump ha un atteggiamento bipolare nei confronti del presidente cinese, Xi Jinping. Ieri, dai microfoni della Cnbc, l’ha prima definito «un uomo incredibile, intelligente, che difende la Cina così come io difendo gli Usa». Salvo poi, subito dopo, minacciarlo: se il presidente dell’ex Impero Celeste non si farà vedere al prossimo summit del G20, in programma in Giappone il 28 e 29 giugno, «aumenterò i dazi» sul Paese orientale. Dopo la stangata da 250 miliardi di dollari già inflitta, il tycoon tiene infatti in canna, ormai da qualche settimana, altri 300 miliardi di tariffe punitive. La Casa Bianca conta sulla presenza di Xi, peraltro non ancora confermata, al vertice nipponico perché convinta che sia l’occasione buona per siglare un accordo favorevole per l’America. The Donald è altrettanto sicuro che Pechino si arrenderà «perché devono farlo» a causa dei danni che la politica commerciale restrittiva starebbe procurando al Dragone. «La Cina è decimata dalle aziende che stanno lasciando il suo territorio, trasferendosi in altri Paesi, compreso il nostro, perché non vogliono pagare le tariffe», ha detto Trump. «Un po’ preoccupato», tra l’altro, per i maggiori costi che il Pentagono potrebbe sopportare con la fusione tra Raytheon e United Technologies, da cui nascerà uno dei principali gruppi aerospaziali e di difesa del mondo.

In realtà, dagli ultimi dati sul surplus commerciale cinese, rimbalzato bruscamente a maggio a 41,65 miliardi di dollari contro i 13,8 miliardi di aprile, con un avanzo rispetto agli Usa di 26,89 miliardi (da 21), non c’è evidenza di tutta questa sofferenza. Anche se l’incremento dell’attivo verso gli Usa potrebbe essere legato al fatto che le imprese cinesi si stanno accollando il peso di circa due terzi dei dazi. Ma per quanto The Donald suoni la grancassa sulla debolezza del rivale, altri dati non sembrano avvalorare la tesi secondo cui Pechino è diventata più arrendevole. Anzi. Nei primi cinque mesi dell’anno, l’export di terre rare è sceso del 7,2% a 19.265 tonnellate, con un picco negativo in maggio, quando la contrazione è stata del 16% a 3.640 tonnellate. Ora, seppure non sia stato reso ufficiale il divieto a vendere alle imprese a stelle e strisce questi componenti cruciali per l’industria hi-tech, è assai probabile che il governo cinese abbia esercitato una sufficiente moral suasion sugli estrattori da causare una contrazione degli affari con l’America.

La marcia di avvicinamento al G20 si annuncia quindi ancora in salita, considerando che Trump ha ieri aperto anche il fronte dei cambi con Pechino, accusandola di «aver preso un enorme vantaggio competitivo» attraverso la svalutazione dello yuan. Trovando così un appiglio per accusare di nuovo la Fed di non fare gli interessi dell’America.

Attenzione anche all’Europa e in particolare alla Francia quando Trump ha lasciato intendere che potrebbe imporre più dazi sul vino francese, visto che Parigi «tassa molto» quello che viene dall’estero e «noi tassiamo poco il vino francese. Non è giusto, faremo qualcosa»

Trump minaccia la Cina e la Fed

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Source: il giornale

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