Mini-accordo tra Usa e Cina sui dazi

Il compromesso punta a congelare le ultime misure, ma restano molti nodi

Rodolfo Parietti

Non è un big deal, il grande accordo pacificatore capace di mettere una pietra tombale su mesi di accuse reciproche e atti di ritorsione. Ma, visto come si erano messe le cose, l’intesa sul commercio che Stati Uniti e Cina sono in procinto di firmare è almeno un primo passo di distensione che attenua le ombre sinistre che si allungano sull’economia mondiale. Mentre questo il Giornale stava andando in stampa, il summit di ieri fra Donald Trump e il vicepremier cinese, Liu He, era ancora in corso, ma anche se manca il tassello dell’annuncio ufficiale non sembrano esserci più dubbi sulla volontà di chiudere positivamente il negoziato.

I mercati hanno già puntato tutte le fiches sull’impossibilità di un rovesciamento del tavolo delle trattative. Un all-in collettivo, che ha spinto in alto Wall Street (+1,45% a un’ora dalla chiusura) quanto l’Europa (+2,31% l’Eurostoxx 600, con Milano balzata dell’1,88%), cementato dal tweet insolitamente ottimista con cui l’inquilino della Casa Bianca ha sottolineato che «Buone cose stanno accadendo negli incontri sul commercio con la Cina. C’è un clima migliore, un po’ come ai vecchi tempi. A tutti piacerebbe che accedesse qualcosa di significativo».

Per The Donald, una giornata davvero particolare: la Fed ha definitivamente alzato bandiera bianca con l’annuncio che dal 15 ottobre, e fino a metà gennaio 2020, acquisterà direttamente sul mercato T-Bond a breve scadenza per 60 miliardi di dollari al mese. Lo shopping continuerà fino al secondo trimestre, ma non è da escludere che già da febbraio l’ammontare venga rivisto al rialzo. Per gli analisti, 60 miliardi sono infatti troppo pochi. Considerando anche l’estensione temporale delle operazioni repo per garantire liquidità al sistema, sarà difficile per Jerome Powell continuare a negare che la banca centrale ha di fatto varato il quarto round di quantitative easing della sua storia. Anche perché, in virtù del doppio binario di intervento, il bilancio di Eccles Building è destinato a gonfiarsi entro il secondo trimestre dell’anno prossimo fino a 4.200-4.300 miliardi. Altro che il promesso dimagrimento: il bilancio tornerà sui livelli toccati al termine delle misure di emergenza prese per contrastare la Grande crisi provocata dal virus dei mutui subprime. E quindi, più che cantare vittoria, Trump dovrebbe invece preoccuparsi: perché la mossa della Fed conferma che qualche spia rossa è accesa sul cruscotto dell’economia Usa e in particolare del settore finanziario.

Timori oscurati dall’imminente patto con Pechino, verosimilmente una sorta di compromesso necessario per non allarmare i mercati, che dovrebbe comprendere anche un accordo sulle valute. La parte puramente commerciale contemplerebbe il congelamento degli ultimi dazi da 250 miliardi che Washington avrebbe dovuto far scattare già da oggi. In cambio, Pechino metterebbe sul piatto la gustosa pietanza della tutela della proprietà intellettuale, la già decisa eliminazione dei limiti su future, titoli e fondi d’investimento cinesi che finora gravavano sugli investitori Usa e, forse, l’impegno ad acquistare più prodotti agricoli americani. Un punto su cui Trump, in crisi di consensi in quella cintura rurale del Paese che più soffre le ripercussioni della trade war, ha fatto sicuramente leva durante i negoziati. Resta da vedere se l’accordo contemplerà una rimozione del ban che impedisce a Huawei di fare affari con le corporation a stelle e strisce dopo essere stata accusata di essere una minaccia per la sicurezza nazionale.

Mini-accordo tra Usa e Cina sui dazi

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Source: il giornale

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