I big dell'energia italiana accelerano sull'estero: Usa e Africa nel mirino

Eni corre anche per gli asset ExxonMobil in Norvegia ed Enel è più forte in Sud America

L’Italia dell’energia – che sia gas, petrolio, fonti rinnovabili o elettriche vive un momento di rilancio. Espansione all’estero, commesse, nuovi progetti, sono tanti i gruppi industriali che stanno dando una scossa al settore, anche in Borsa: da inizio anno, per esempio, Eni ha messo a segno un rialzo del 17,6%, Saipem del 33,6%, Enel del 18,4%, Snam è salita del 20,8% e Maire Tecnimont del 36,5 per cento. Non deludono, poi, le utility come A2a (+18%), Acea (16,7%), Iren (+18%) ed Hera (+17%).

In particolare, il successo arriva da oltre confine dove i colossi Enel ed Eni confermano la propria forza. E gli altri gruppi stanno aumentando le commesse. È il caso di Snam che per la prima volta guarda anche al mercato Usa. La società italiana guidata da Marco Alverà è infatti in gara per rilevare da Energy Transfer il 33% della Rover pipeline: un affare da 2 miliardi di dollari che se andasse in porto segnerebbe il debutto di Snam Oltreoceano. Tutto questo in un momento in cui Washington forte di una produzione crescente di shale gas e ai ferri corti con la Cina è invece più determinata che mai a imporsi come fornitore di energia sul mercato europeo. Snam, recentemente, ha poi acquisito il 66% dell’operatore greco Desfa (insieme a Fluxys ed Enagas). Un passo considerato dagli analisti positivo. Così come il blitz in corso negli Usa potrebbe non restare un caso isolato.

Sul fronte oil, i corsi del petrolio in ripresa – proprio ieri un attacco terroristico in Arabia Saudita al più grande impianto del mondo arabo potrebbe far lievitare ultermionte i prezzi, perlomeno nel breve termine – hanno aiutato le major e anche gli operatori di settore (ingegneria) come Saipem e Maire. Eni continua la propria espansione nei mercati esteri (Arabia, Mediterraneo) ed è in pole per rilevare gli asset di Exxonmobil nel Mare del Nord. Inoltre, continua l’espansione in Africa dove, proprio ieri, l’ad Claudio Descalzi ha incontrato il presidente della Repubblica Democratica del Congo, Falix Tshisekedi, per discutere della possibilità di sviluppare iniziative finalizzate alla conservazione di vaste aree di foresta primaria per preservarle e proteggerle dal rischio e dalla minaccia della deforestazione. Inoltre, Descalzi ha illustrato al presidente l’opportunità di avviare progetti per il miglioramento delle infrastrutture di distribuzione dell’elettricità.

Saipem, dal canto suo, sta ottenendo numerose commesse all’estero dopo un periodo di magra. In particolare, dopo i super contratti in Arabia Saudita e Mozambico, ora la società guidata da Francesco Caio è in corsa, in esclusiva, per un maxi progetto da 10 miliardi in Nigeria per la costruzione di un impianto di liquefazione di gas. Enel, intanto, è ormai padrona in Sud America dove ha concentrato molte attenzioni aggiudicandosi, una dopo l’altra, diverse gare nella distribuzione di energia e nel green. Il gruppo guidato da Francesco Starace che è, di fatto, «ambasciatore» dell’Italia nel mondo per l’energia pulita, sta guardando anche all’Africa con la controllata Enel green power. Nonché, a tutto il business elettrico. Maire Tecnimont, infine, ha stretto un accordo con Eni per trasformare i rifiuti in energia e lavora nel settore energetico russo, polacco, nel mercato degli Emirati Arabi e in Usa.

Oltre alle ambizioni estere, a spingere in alto il settore dell’energia italiano potrebbero poi essere anche, involontariamente, i francesi. I problemi ai componenti dei reattori nucleari di Edf potrebbero portare a un rialzo dei prezzi dell’energia elettrica. E, secondo gli analisti di Equita, i maggiori beneficiari saranno i power generators come Enel, Erg, A2a, Iren, Falck, e Iniziative Bresciane.

I big dell'energia italiana accelerano sull'estero: Usa e Africa nel mirino

I big dell'energia italiana accelerano sull'estero: Usa e Africa nel mirino

Source: il giornale

Lo Stato "sprecone" pesa il doppio dell'evasione

Nel pubblico inefficienze per almeno 200 miliardi, il sommerso si ferma a 110 miliardi

Brutta cosa l’evasione fiscale. Ma se si mette sullo stesso piano del mancato pagamento di tasse e imposte, quindi il mancato versamento del dovuto allo Stato, tutto quello che lo Stato fa perdere ai contribuenti, il quadro cambia radicalmente. La Cgia di Mestre di è divertita a calcolare il rapporto «dare-avere» tra lo Stato e il contribuente italiano, limitandosi alle cose che non vanno.

Conclusione: la dimensione economica dell’evasione fiscale presente in Italia (110 miliardi) è poco più della metà dei costi a carico di cittadini e imprese relativi a sprechi, sperperi e inefficienze generate dalla Pubblica Amministrazione (almeno 200 miliardi di euro). «Sia chiaro – precisa l’ufficio studi degli artigiani di Mestre – chi evade commette un reato e va perseguito ovunque esso si annidi; tuttavia, la legalità deve essere rispettata da tutti: sia dai soggetti pubblici sia da quelli privati. Il record di infrazioni europee subite dal nostro Paese fino ad oggi, ad esempio, dimostra che le nostre istituzioni pubbliche devono migliorare tantissimo».

La Cgia segnala che tra le procedure in corso nei confronti dell’Italia figurano quelle sulla pessima qualità dell’aria presente in molte città, la presenza dell’arsenico nell’acqua potabile, il mancato rispetto dei tempi di pagamento da parte della nostra Pubblica Amministrazione (Pa) e i livelli di inquinamento presenti nell’area dell’ex Ilva di Taranto.

La somma dei costi per i contribuenti italiani è appunto 200 miliardi. L’infedeltà dei contribuenti verso lo Stato porta invece al mancato pagamento di 110 miliardi di euro all’anno, secondo la Cgia. Ci sono altre stime che quantificano l’economia sommersa sui 200 miliardi all’anno. Una cifra, in questo caso, pari a quella degli sperperi e delle inefficienze pubbliche. Comunque troppo, visto che i cittadini contribuiscono al finanziamento dello Stato perché funzioni.

Lo Stato "sprecone" pesa il doppio dell'evasione

Lo Stato "sprecone" pesa il doppio dell'evasione

Source: il giornale

«Nell'auto più cooperazioni per sostenere i costi»

Il manager: «Nel 2023 avremo 25 modelli elettrificati. La sfida sarà sui veicoli puliti di lusso»

Pierluigi Bonora

Francoforte Costruttori di auto tedeschi padroni assoluti, a causa delle tante assenze, del Salone di Francoforte in corso fino al 22 settembre. Il grande spazio riservato all’auto elettrificata, lo sguardo verso il futuro e una Germania in difficoltà dal punto di vista economico, insieme ai problemi Brexit e dazi: questi i temi principali della rassegna. Per Bmw Group, intanto, c’è stato l’esordio del nuovo presidente Oliver Zipse, subentrato a Harald Krüger.

Il nostro incontro con Pieter Nota, membro del cda bavarese, nonché responsabile vendite e marketing, parte proprio dal recente cambio della guardia. «Come sarà il gruppo con Zipse alla guida? All’insegna della continuità – risponde Nota -: ai nostri clienti offriremo sempre il tipo di alimentazione e di prodotto che desiderano. È l’importanza di saper soddisfare le qualsiasi scelta».

Uno studio di AlixPartners ha evidenziato l’allarme profitti che coinvolgerà il settore per i crecenti investimenti su green e guida autonoma. Preoccupati?

«Vantiamo una nuova generazione di auto elettriche come i3, molto apprezzata in Italia, e siamo aperti ai desideri dei clienti nei diversi mercati. Continuiamo a investire nelle nuove tecnologie e nella mobilità elettrica, ma per noi non è una novità. Prevediamo una crescita sostanziale nel segmento premium fino al 2030. Sulla mobilità sostenibile siamo in grado di offrire tutte le possibili trasmissioni su architetture flessibili. Significa: auto convenzionali, ibride, elettriche e, in futuro, anche a fuel cell e idrogeno».

Scadenze significative?

«Entro il 2023 Bmw disporrà di 25 modelli elettrificati, mentre nel 2022 testeremo una flotta di veicoli fuel cell».

Cosa vi differenzia dai rivali storici di Mercedes e Volkswagen?

«Qui in Germania nessun’altra Casa ha venduto più vetture elettrificate nel 2019 rispetto a Bmw Group. Abbiamo la maggiore varietà di veicoli elettrici sul mercato. La sfida sarà sulla supremazia nel settore delle auto elettriche di lusso e le future tecnologie della guida autonoma».

Siete un «piccolo» costruttore, come riuscirete a mantenere la vostra indipendenza in futuro?

«La cooperazione è il modo perfetto di massimizzare le nostre possibilità in un mercato in crescita, condividendo i grandi investimenti. Insieme a Daimler, a esempio, abbiamo una partnership per fornire servizi di mobilità urbana sostenibile».

Dazi Usa-Cina, Brexit e Germania in crisi…

«La buona notizia è che, globalmente, Bmw sia riuscita a crescere. Ma le incertezze non aiutano. In Germania, per ora, il mercato è abbastanza stabile e qui continueremo a crescere».

Il futuro dei motori diesel?

«È difficile fare previsioni a lungo termine».

Si aspetta una grande fusione?

«Ripeto, le cooperazioni saranno sempre più una realtà importante. E poi bisogna vedere cosa faranno i cinesi».

«Nell'auto più cooperazioni per sostenere i costi»

«Nell'auto più cooperazioni per sostenere i costi»

Source: il giornale

Fiera di Milano e Pininfarina sotto i riflettori

Nella situazione attuale con la nomina del nuovo governo gradito agli investitori internazionali e all’Europa sembra che il nostro listino sia tornato competitivo

Passare il listino azionario italiano titolo per titolo su diversi time frame ti fa apparire la realtà in maniera molto diversa da quello che traspare dai giornaloni finanziari. Io di solito lo faccio quasi tutti i giorni e lo scan è basato su time frame giornaliero e mensile. Quello che non vedi sul mensile lo vedi sul giornaliero e quello che vedi sul giornaliero non lo vedi sul mensile.

Se fate questo esercizio per una trentina di anni come il sottoscritto poi alcune cose salteranno subito agli occhi. Nella situazione attuale con la nomina del nuovo governo gradito agli investitori internazionali e all’Europa sembra che il nostro listino sia tornato competitivo: in fin dei conti ci sono gioiellini di società come Ima o Interpump che passano a prezzi ridicoli rispetto al passato. E quindi il “coro”, la “vulgata” o perlomeno il pensiero dominante degli investitori finanziari vuole che diventino ottime buy opportunity. Lo si vede dai prezzi e dai volumi su diverse azioni del nostro listino.

Ma fin qui è il sentimento, confortato peraltro da un indicatore Rialzi / ribassi Mc Clellan in tendenza positiva.

Quando guardi il listino cavalcando a pelo e senza algoritmi ti saltano fuori dei pattern di analisi tecnica, la tanto bistrattata analisi tecnica, che sembrano perfetti.

Il tempo sarà giudice e dirà se questi pattern manterranno le promesse.

Il primo pattern è quello dell’azione Fiera di Milano, che se lo guardate sul grafico mensile è un triangolo simmetrico quasi perfetto (sbavatura in alto con l’ombra di una barra). Se non guardate il mensile non capite l’importanza del giornaliero dove non appena il titolo scende qualcuno imbraccia il mitragliatore e compra a perdifiato. Noi siamo nella parte bassa del triangolo e ci stiamo avvicinando alla punta, che di solito è il punto dove gli analisti tecnici prevedono il breakout ovvero la rottura del triangolo stesso e la partenza al rialzo (o al ribasso) dei prezzi. Se consideriamo l’aspetto fondamentale notiamo come Fiera Milano abbia un bilancio annuale 2018 spettacolare con un ROE al +22.62% e un ROI al +34.07%. E non ci vogliono certo gli analisti fondamentali che la giudicano ora sotto prezzata dal mercato di un -30% buono prevedendo quindi un pari apprezzamento in futuro per capire che se siamo nella parte bassa della oscillazione e siamo sotto prezzati dal mercato è questo il momento per comprare. Da questo quadro semplice semplice si capisce perché non appena i prezzi stornano di un -10% subito manine esperte vanno in acquisto.

[[fotonocrop 1753179]]

Il secondo pattern è invece presente nel grafico giornaliero ma non nel mensile che appare invece confuso e senza una logica, se non la possibilità di un rimbalzo da un punto di minimo. Anche a livello fondamentale il bilancio di Pininfarina, pur in utile, è poco esaltante. Però il triangolino stretto stretto che si nota sul grafico giornaliero è davvero gustoso e come tale lo segnaliamo per gli intenditori (titolo non troppo liquido, occhio!).

[[fotonocrop 1753180]]

Fiera di Milano e Pininfarina sotto i riflettori

Fiera di Milano e Pininfarina sotto i riflettori

Source: il giornale

Cgia, "nella Pa 200 miliardi di sprechi e inefficienze"

Lo afferma l’ufficio studi dell’associazione delle piccole imprese e degli artigiani di Mestre

Nella Pubblica amministrazione gli sprechi, gli sperperi e l’inefficienze valgono circa 200 miliardi di euro, il doppio dell’evasione fiscale. A rivelarlo è l’ufficio studi della Cgia di Mestre secondo cui “Ci sono ragionevoli certezze nel ritenere che nel rapporto ‘dare-avere’ tra lo Stato e il contribuente italiano, il soggetto maggiormente leso non sia il primo, bensì il secondo“.

A sostegno di questa posizione, l’associazione dei piccoli imprenditori e artigiani di Mestre ricorda come “Il record di infrazioni europee subite dal nostro Paese fino ad oggi, ad esempio, dimostra che le nostre istituzioni pubbliche devono migliorare tantissimo . Segnaliamo che tra le procedure in corso nei confronti dell’Italia figurano quelle sulla pessima qualità dell’aria presente in molte città, la presenza dell’arsenico nell’acqua potabile, il mancato rispetto dei tempi di pagamento da parte della nostra Pubblica Amministrazione (PA) e i livelli di inquinamento presenti nell’area dell’ex Ilva di Taranto“.

In questa cornice, mentre da un lato l’ammontare complessivo dell’evasione fiscale in Italia si assesta sui 110 miliardi di euro, “sarebbe comunque molto inferiore al costo che i cittadini e le imprese sopportano in ragione del cattivo funzionamento della PA e degli effetti negativi procurati dal mancato rispetto della norme e dei regolamenti vigenti da parte di un pubblico ufficiale o di un incaricato al pubblico servizio“.

Sia chiaro – conclude la nota della Cgia – chi evade commette un reato e va perseguito ovunque esso si annidi; tuttavia la legalità deve essere rispettata da tutti: sia dai soggetti pubblici sia da quelli privati. Gli effetti economici delle inefficienze pubbliche che si ‘scaricano’ sui privati sono di fonte diversa, gli ambiti in molti casi si sovrappongono e, per tali ragioni, non sono addizionabili”.

Cgia, "nella Pa 200 miliardi di sprechi e inefficienze"

Cgia, "nella Pa 200 miliardi di sprechi e inefficienze"

Source: il giornale

Ora Esselunga "cucina" per gli italiani

Occhi puntati sulle produzioni proprie. Ricavi in crescita, vola l’ecommerce: +30%

Nuovo corso per Esselunga. Da colosso della grande distribuzione, a vera e propria «food company» in grado di produrre in casa cibo di alta qualità e made in Italy. Un cambio di passo, quello annunciato ieri dal management nella sede di Limito di Pioltello (Milano), che avrà lo scopo di conquistare nuovo mercato in un momento non facile per il settore caratterizzato da bassa crescita (+1,5% annuo), e alta competizione.

Così, a stretto giro dalla scomparsa di marchi come Simply e Auchan, e dal rilancio di Carrefour nel Sud Italia, Esselunga fa un passo storico e alza il velo sulle proprie produzioni. «Non vogliamo più essere solo un grande distributore ha spiegato il direttore generale, Sami Kahale -, ma un’eccellenza che porta sulle tavole prodotti di alta qualità grazie a oltre 230 ricette nate nei laboratori Esselunga partendo solo dalle materie prime». La storia delle produzioni del colosso fondato da Bernardo Caprotti risale ai primi anni ’60 quando, per la prima volta, sono state avviate le linee di pasta fresca e prodotti da forno. Oggi l’attività si è ulteriormente ampliata nei centri di produzione in provincia di Milano, Novara e Parma, dove ogni giorno vengono realizzate specialità gastronomiche.

«Prima di arrivare qui ha spiegato Kahale ho sempre pensato a Esselunga come a una catena leader e di riferimento della grande distribuzione italiana ma, una volta in azienda, ho scoperto con entusiasmo un grande patrimonio di eccellenze produttive che andava assolutamente valorizzato. Il nostro è un impegno quotidiano che vede al centro il cliente, le sue esigenze e la ricerca della massima qualità».

A battezzare la nuova mission che avrà lo scopo di accrescere la platea di clienti, oggi circa 5 milioni una campagna pubblicitaria ad hoc con la quale Esselunga tornerà sugli schermi a otto anni dal «Mago» del cortometraggio che fu firmato da Giuseppe Tornatore. Questa volta il gruppo ha affidato la sua prima campagna istituzionale, che debutterà oggi alle 21 sui canali Mediaset, ad Armando Testa. L’obiettivo di «Esselunga, più la conosci più ti innamori» è quello di aiutare il gruppo a continuare a crescere in Italia, anche con l’apertura di nuovi punti vendita, nelle zone in cui è già presente, senza al momento prevedere un’espansione nelle regioni meridionali o all’estero.

«Abbiamo ha aggiunto il top manager, – un modello che si basa sulla centralizzazione della produzione e della logistica, locate in una certa parte del Paese (al centro-nord, ndr). Abbiamo ancora molte opportunità intorno a questi centri prima di aprire nuovi fronti». Tra le città dove sono previste prossime aperture figurano Mantova, Varese, Brescia, Livorno e Genova.

Nel primo semestre il fatturato è intanto cresciuto del 2,1% a circa 4 miliardi, dopo l’incremento del 2,9% registrato nel 2018 (8 miliardi). Kahale stima, quindi, che il fatturato di Esselunga risulterà in miglioramento anche quest’anno: «Cresciamo meglio dell’anno scorso e sopra il mercato». Punta di diamante di questo sviluppo sarà l’ecommerce che nel 2018 ha compiuto un balzo del 30%, un trend che «sta continuando anche quest’anno». D’altra parte Esselunga è stato il primo supermercato del Paese nel 1957 e la prima 18 anni fa a lanciare la spesa online.

Ora Esselunga "cucina" per gli italiani

Ora Esselunga "cucina" per gli italiani

Source: il giornale

Londra sbarra la strada a Hong Kong

Lse, che controlla Piazza Affari, respinge all’unanimità l’offerta di nozze asiatica

Londra non si fa colonizzare dalla Cina. Il London Stock Exchange ha rispedito al mittente i 32 miliardi di sterline, tra titoli e contanti, messi sul piatto dal rivale Hong Kong Exchanges and Clearing per comprare appunto la Borsa inglese a cui fa capo anche Piazza Affari. «Il cda di Lse nutre profonde preoccupazioni sugli aspetti chiave della proposta per strategia, risultati, forma e valore. Per questo respingiamo all’unanimità la proposta e, in considerazione delle sue lacune essenziali, non riteniamo che vi sia alcun valore in un ulteriore impegno con Hong Kong», si legge un comunicato del gruppo Lse. Che ribadisce, contemporaneamente, il proprio interesse «sulla proposta di acquisizione di Rifinitiv», società attiva nella trasmissione dati e nell’analisi finanziaria, dal fondo Blackstone (tra i grandi soci del Lse).

Quest’ultima operazione dovrebbe portare l’Lse a rivaleggiare con Bloomberg nel flusso dei dati, un ambito diverso da quello finora perseguito dalla Piazza inglese.

L’orgoglio britannico è salvo, almeno per ora. E anche quello tricolore, già pronto a utilizzare il «golden power» su un’attività strategica per lo Stato. Il neoministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha infatti chiarito che «il gruppo Borsa italiana che comprende Mts, il mercato all’ingrosso dei titoli di Stato, rappresenta un asset strategico per il Paese». Proprio per questo, il Ministero ha aggiunto «tutti gli sviluppi (relativi all’offerta ndr) vengono monitorati da vicino, perché sono rilevanti per gli interessi nazionali».

Lo sdegno inglese per i tempi e le modalità delle avances cinesi si è tradotto anche in una lettera inviata da Don Robert, presidente della Borsa londinese, a Laura Cha e Li Xiaojia, rispettivamente presidente e ad della piazza asiatica. «Siamo rimasti molto sorpresi e dispiaciuti della vostra decisione di pubblicare l’offerta non sollecitata solo due giorni dopo averci informato del vostro interesse», scrive Robert.

Non solo, per presidente del gruppo Lse, un accordo tra i due colossi finanziari per Londra significherebbe un passo indietro vista la direzione intrapresa con Refinitiv. Anche perchè «non riteniamo» che Hkex «rappresenti per noi la migliore posizione sul mercato asiatico né la migliore piattaforma sulla Cina». Le nozze sarebbero poi soggette a uno stato prolungato di incertezza a causa delle numerose autorità chiamate a dare l’assenso. «Non c’è dubbio che la struttura inusuale del vostro vertice e la vostra relazione con le autorità governative di Hong Kong potrebbero complicare la situazione» ribadisce il manager secondo cui infine, la stessa valutazione del listino londinese (che in Borsa vale 27,6 miliardi) è ben poco attraente.

La risposta dei cinesi non si è fatta attendere. L’Hong Kong Exchange and Clearing si è detto dispiaciuto del rifiuto e ha ribadito la dignità della sua proposta di nozze effettuata «nel migliore degli interessi degli azionisti, dei clienti e dei mercai globali». Per queste ragioni la Borsa di Hong Kong non depone le armi: «Riteniamo che gli azionisti dell’Lse (che è una public company ndr) debbano avere l’opportunità di analizzare nel dettaglio entrambe le transazioni (la proposta di nozze di HK e l’accordo di acquisizione di Refinitiv ndr) e per questo proseguiremo a cercare confronti con loro».

Londra sbarra la strada a Hong Kong

Londra sbarra la strada a Hong Kong

Source: il giornale

Conti correnti, addio alle "chiavette". Ecco cosa cambia per i risparmiatori

Il codice d’accesso solo sullo smartphone. La partita dei dati

Oggi entra in vigore la direttiva europea sui pagamenti digitali. In burocratese si chiama Psd2 (acronimo di Payment Services Directive 2) e nei fatti è una vera e propria rivoluzione per i correntisti che battezza ufficialmente la nuova era del fintech in banca. L’obiettivo dichiarato dalla Commissione Ue è quello di rendere più sicure le transazioni via internet, grazie a un sistema d’identificazione e godere d’innovativi servizi finanziari grazie all’ingresso di nuovi operatori del settore.

Ma cosa cambia in concreto per correntisti? La prima novità è che la chiavetta per accedere al proprio conto in banca va in pensione. Le nuove norme prevedono infatti una doppia autenticazione dell’utente per le operazioni online. Questo comporterà la scomparsa dal mercato dei cosiddetti «token», le chiavette di plastica, ma anche delle «password card» che distribuiscono alcune banche con dei codici prestampati. Il loro posto sarà preso dagli smartphone, dal momento che per autorizzare un pagamento sarà indispensabile possedere almeno due elementi di autenticazione a scelta fra tre opzioni: un oggetto che possiede solo il cliente (lo smartphone), una caratteristica che possiede solo il cliente (come l’impronta digitale o un altro fattore biometrico) o un’informazione nota solo al cliente (come una password).

Le banche dovranno condividere tutte le informazioni che hanno sui propri correntisti con delle terze parti che hanno nomi astrusi Pisp, Aisp e Cisp. I Pisp (Payment Initiation Service Providers) sono società intermediarie concorrenti delle banche sui servizi di pagamento: il cliente potrà ad esempio pagare un libro su Amazon, interfacciandosi direttamente con la mia banca. E il Pisp quindi potrà accedere alle informazioni del correntista/cliente. L’Aisp (Account information services providers) è un «aggregatore» che previa autorizzazione del correntista, si collega a tutti i conti bancari del cliente per recuperare informazioni e dunque per avere una situazione finanziaria aggiornata. Una specie di tesoreria personale del correntista. I Cisp (Card Issuer Service Providers) sono invece i soggetti che emettono carte di pagamento. Solo che, a differenza delle prepagate queste sono direttamente collegate al conto anche se è stato aperto in una banca differente.

Per il Codacons da oggi si rischia il caos: «Anche i piccoli siti specializzati in e-commerce rischiano di arrivare impreparati all’appuntamento», ha detto ieri il presidente dell’associazione dei consumatori, Carlo Rienzi. Le banche possono però contare sui «supplementari»: lo scorso 1 agosto la Banca d’Italia, in linea con le decisioni assunte a livello europeo, ha deciso di concedere una proroga agli operatori che ne facciano richiesta.

Conti correnti, addio alle "chiavette". Ecco cosa cambia per i risparmiatori

Conti correnti, addio alle "chiavette". Ecco cosa cambia per i risparmiatori

Source: il giornale

Guerra Huawei-Usa? Ci perdiamo noi

Nel nuovo smartphone non ci saranno software Usa tipo Android

Una scatola bellissima ma vuota. Anzi: la scatola più bella di tutte, solo che quello che c’è dentro la rende inutile. Per dare l’idea è quello che rischia di essere il prossimo smartphone di Huawei, il Mate 30, che verrà presentato il prossimo 19 settembre a Monaco di Baviera. In un lancio che avrà quasi del surreale: per la prima volta ai suoi invitati (di solito sono circa 2000) l’azienda cinese farà vedere il prodotto dal palco, ma non consegnerà neanche un dispositivo fisico. L’operazione di marketing che ha fatto la fortuna di Huawei, distrutta in un amen dal bando americano. Donald Trump, questa volta, ha vinto la sua battaglia. Ma per quale guerra si sta combattendo?

La mossa del fondatore Ren Zhengfen – che l’altra sera ha annunciato di voler cedere a un competitor occidentale che lo chieda, tutti i propri brevetti, le licenze, il codice sorgente e il know-how della tecnologia proprietaria 5G di Huawei – sa di resa. Vuole 30 miliardi di dollari, che a questo livello è una montagna di soldi che sembra un granello di sabbia. Ma è anche una somma che vuol dire libertà, che nel mondo hitech è la capacità di inseguire il progresso senza avere limiti. E qui sta il punto. Chi potrebbe comprare una rete che, per legge voluta dal Partito, sarebbe comunque soggetta al controllo del governo cinese? Ma d’altronde: chi si prende la responsabilità di fermare lo sviluppo verso un futuro migliore distruggendo le conoscenze di un gruppo che comunque è sempre più avanti? Perché libertà, per esempio, è anche StorySign, l’applicazione inventata da Huawei per insegnare a leggere ai bimbi sordi, e per dare alla possibilità ai loro genitori di raccontare loro le favole grazie all’intelligenza artificiale. Dare insomma a quei i bimbi quello che tutti i loro coetanei sognano di avere. E questo potrebbe non accadere più se il bando contro il produttore cinese continuerà: senza il sistema Android la scatola resterà vuota.

È allora: Donald Trump ha vinto, ma chi ha perderà davvero? Perché sullo sfondo di questa disfida economica c’è anche un’ulteriore verità. C’è un’azienda senza la quale l’88 per cento (è l’ultima stima) di questa scatole bellissime che girano nelle nostre tasche restano vuote: si chiama Google, ed è americana. È l’altra faccia della nostra libertà, indispensabile per un mondo migliore. Per questo nella guerra di soldi e di dati sensibili tra Usa e Cina, noi siamo esattamente in mezzo con il nostro smartphone in mano. E se proprio volessimo tifare per qualcuno, dovremmo farlo per noi stessi.

Guerra Huawei-Usa? Ci perdiamo noi

Guerra Huawei-Usa? Ci perdiamo noi

Source: il giornale