Statali, si dovrà aspettare fine anno per l'anticipo del Tfs

Il decreto per l’approvazione della norma che avrebbe consentito lo sblocco delle erogazioni è stato rinviato a causa della crisi di governo. Coinvolti 230mila dipendenti

È caos sulle buonuscite degli statali. Oltre 230mila operatori della pubblica amministrazione, a causa delle crisi di Governo, dovranno aspettare fine anno per poter avere l’anticipo sul loro Tfs.

Il decreto che ha regolamentato proprio Quota 100 (oltre che il reddito di cittadinanza) prevedeva che i dipendenti pubblici che stanno andando in pensione avrebbero potuto ottenere, in tempi relativamente brevi, parte del loro Tfs, per un importo massimo di 45mila euro, grazie ad un prestito bancario e calmierato al 2,5%; a rallentare il tutto, però, ci ha pensato il ritardo nella pubblicazione del decreto attuativo, necessario a perfezionare le convenzioni tra l’Abi (associazione bancaria italiana) e l’Inps.

Il regolamento, in realtà, è stato già scritto circa 3 mesi fa e prevede, ad esempio, che l’erogazione dell’anticipo sia effettuata entro 75 giorni dalla presentazione della domanda. Il blocco si ha avuto quando il Garante della privacy e l’Antitrust hanno rinviato a Palazzo Vidoni e al ministro della Funzione Pubblica, il provvedimento, per apportare alcune modifiche; Giulia Bongiorno non ci ha pensato due volte e aveva fatto rientrare dalle ferie i dirigenti per risolvere il tutto in tempi brevi ma poi è arrivata la crisi del governo M5S-Lega e tutto si è arenato, con ripercussioni sui 170.000 dipendenti pubblici in uscita quest’anno attraverso Quota 100 o la Fornero, e sugli altri 60.000 andati in quiescenza nel 2018.

Inoltre preoccupazione tra le sigle sindacali, che si chiedono se una eventuale e nuova maggioranza confermerà la misura voluta dalla Lega e che nel 2020 costerà 8,3 miliardi di euro, o se sarà abolito tutto il pacchetto Quota 100.

Statali, si dovrà aspettare fine anno per l'anticipo del Tfs

Statali, si dovrà aspettare fine anno per l'anticipo del Tfs

Source: il giornale

Fisco, Cgia: “Piccole imprese pagano 4,4 mld di tasse in più rispetto a quelle medio-grandi”

Secondo la Cgia di Mestre il contributo fiscale ed economico delle piccole imprese è rilevantissimo. Per questo “si deve prestare loro maggiore attenzione”

Secondo uno studio effettuato dalla Cgia di Mestre, autonomi e piccole imprese versano al Fisco più soldi delle aziende medio-grandi.

Lo scorso anno, ad esempio, in materia di imposte e tasse i primi hanno pagato 42,3 miliardi di euro, una cifra pari al 53% degli oltre 80 miliardi di tributi versati da tutto il sistema produttivo. Le seconde, invece, hanno corrisposto 37,9 miliardi, corrispondente al 47% del totale.

La Cgia, nel diffondere questi dati, sottolinea che il contributo fiscale ed economico delle piccole imprese è rilevantissimo. Per questo chiede con forza che “si torni a guardare con maggiore attenzione al mondo delle piccole e alle micro, visto che la tassazione continua ad attestarsi su livelli insopportabili, il credito viene concesso con il contagocce e l’ammontare del debito commerciale della nostra Pubblica amministrazione nei confronti dei propri fornitori è di 57 miliardi di euro”, di cui circa la metà riconducibile ai mancati pagamenti.

Oggi in Italia si contano un numero molto ristretto di grandi imprese, ma “fino alla prima metà degli anni ’80 il loro ruolo nell’economia nazionale era di primissimo piano”. In quel periodo, il nostro Paese era tra i leader mondiali nella chimica, nella plastica, nella gomma, nella siderurgia, nell’alluminio, nell’informatica e nella farmaceutica, grazie al ruolo e al peso di molte importanti imprese del settore pubblico e privato.

A distanza di quasi 40 anni, però, le cose sono profondamente cambiate, e non in meglio, con l’Italia che ha perso il suo prestigio e la leadership in quasi tutti questi campi.

Il peso economico delle grandi imprese, quelle che annoverano oltre 250 addetti, è ormai ridotto a dimensioni molto contenute. Il loro numero, inoltre, è pari a poco più di 3.200, cioè lo 0,1% del totale delle imprese italiane.

Il fatturato delle grandi aziende incide sul dato complessivo per il 31,9%. Se quello totale ammonta a 2.855 miliardi di euro, la parte riconducibile alle grandi aziende è di 911 miliardi. Il dato nazionale in termini assoluti è di 702 miliardi con la quota in capo alle imprese con più di 250 addetti che è di 230 miliardi.

Anche in termini di occupati, il risultato del confronto con le Pmi premia queste ultime. Dei 14,5 milioni di occupati nel settore privato, solo 3,1 milioni (pari al 21,4% del totale) è alle dipendenze di una grande impresa.

Fisco, Cgia: “Piccole imprese pagano 4,4 mld di tasse in più rispetto a quelle medio-grandi”

Fisco, Cgia: “Piccole imprese pagano 4,4 mld di tasse in più rispetto a quelle medio-grandi”

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Fisco, in arrivo 800mila cartelle di pagamento

Terminata la sospensione di Ferragosto da lunedì 26 ripartirà la consegna delle 798mila cartelle di pagamento

Con la fine dell’estate termina anche il periodo di pausa per i contribuenti dal Fisco. Lunedì prossimo, difatti, arriveranno nelle cassette postali degli italiani o in Pec (posta elettronica certificata) circa 800mila cartelle di pagamento.

Termina, dunque, la sospensione concessa dall’Agenzia delle entrate-riscossione, d’intesa con gli operatori postali, che tra il 10 e il 25 agosto ha bloccato l’invio di 798.611 atti di pagamento. Nello specifico si tratta di 492.885 tra cartelle e avvisi che sarebbero arrivati per posta ordinaria e 305.726 da notificare attraverso la posta elettronica certificata; unica eccezione, durante questo periodo, ha riguardato la mancata sospensione relativa agli atti inderogabili, circa 25mila, che sono stati regolarmente consegnati.

Da lunedì si aspetta, dunque, una pioggia di avvisi che riguarderà principalmente la Lombardia, con oltre 160mila cartelle di pagamento, seguita dal Lazio (quasi 90mila), dalla Toscana e dalla Campania (circa 80mila). Resteranno tranquilli, invece, l’Alto Adige, dove è previsto l’arrivo di poco più di 10mila cartelle sospese, il Molise con circa 5mila atti e la piccola Valle d’Aosta dove gli atti in arrivo dovrebbero essere poco più di 4500.

Fisco, in arrivo 800mila cartelle di pagamento

Fisco, in arrivo 800mila cartelle di pagamento

Source: il giornale

Tria: «Siamo resilienti». E lo spread torna a correre

Il ministro ammette il rischio recessione: «È un problema globale, riguarda tutta l’Europa»

L’Italia è uno dei paesi che più risente del clima internazionale perché è un Paese esportatore e manifatturiero, ma anche per l’alto debito pubblico. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria resta comunque fiducioso. «Non è l’Italia che rischia una recessione, è l’Europa. C’è un problema di possibile crisi economica a livello globale. L’impatto della guerra sui dazi e le difficoltà delle guerre commerciali sull’alta tecnologia stanno rallentando gli investimenti e stanno avendo effetti pesanti sull’economia», ha spiegato parlando al Meeting di Rimini.

A favore del Belpaese gioca la capacità di reagire. «La Germania si avvicina alla stagnazione e l’Italia non diverge da questo punto di vista. Anzi – ha aggiunto il ministro – direi che è paradossale ma pur nella stagnazione l’economia italiana sta mostrando una forte resilienza e resistenza».

Tria è un tecnico prestato ad un governo che oggi è a fine corsa. Nonostante abbia chance di essere confermato nel nuovo esecutivo ieri è tornato a sostenere una tesi controcorrente e indigesta, che è «preferibile» ridurre le imposte dirette e aumentare quelle indirette. Quindi sì agli aumenti Iva per tagliare l’Irpef. La scelta comunque «è politica».

Resta l’ottimismo sui conti che «sono in ordine, abbiamo tassi sul debito molto bassi e quindi adesso vediamo cosa bisognerà fare, quindi o noi o il governo che ci sarà potrà muoversi con molta calma anche perché si riapre in Europa il dibattito sulle politiche ovviamente ed è bene che l’Italia sia presente».

Sulla prossima legge di Bilancio Tria prende le distanze da Matteo Salvini, sostenendo di non conoscere la manovra da 50 miliardi annunciata dal leader della Lega. Ma sulla prossima sessione di bilancio ostenta sicurezza. «Io direi di stare tranquilli». Non spaventa nemmeno l’ipotesi dell’esercizio provvisorio: «È soltanto un ritardo nell’approvazione di una legge di bilancio».

La sicurezza di Tria sembra, in parte, condivisa dai mercati e anche dai media, generalmente severi con l’Italia. Ieri il Financial Times, ha scritto che gli investitori «non sembrano averne abbastanza dei» titoli di stato italiani, anche se il governo è caduto. Il motivo? «Gli investitori sono rilassati davanti alla fine dell’alleanza» M5S-Lega «che spesso si è scontrata con l’Unione Europea sul deficit dei conti pubblici italiani». La riduzione dello spread Btp/Bund (che in realtà ieri ha ripreso a correre superando quota 200) non è merito delle prospettive politiche dell’Italia. Semmai è una «forte scommessa sulla ripresa degli acquisti» di titoli di Stato da parte della Bce».

Tria: «Siamo resilienti». E lo spread torna a correre

Tria: «Siamo resilienti». E lo spread torna a correre

Source: il giornale

Huawei ora sfida gli Usa anche sui chip intelligenti

La società di Shenzhen rivela la sua strategia: componenti made in China per cloud e auto

Maddalena Camera

Per fermare Huawei al presidente Usa Donald Trump probabilmente non resterà che inviare l’esercito. Dopo le minacce di sanzioni, al momento non attuate, per fermare il maggior produttore mondiale di apparati di rete 5G accusato dagli Usa di voler spiare il mondo, Huawei punta diritto a quello che, negli anni a venire, sarà il cuore pensante e pulsante delle reti di nuova generazione, ossia l’intelligenza artificiale. Ieri la società ha presentato un chip di sua creazione che è, secondo quanto affermato, il più potente al mondo pensato espressamente per massimizzare le prestazioni in campo Ai (Artificial Intelligence).

Si tratta dell’Ai Ascend 910, l’ultimo prodotto di una serie annunciata lo scorso anno che, dopo Ascend 310, raggiunge ora un livello ancora superiore, con un processore dotato di Intelligenza Artificiale che è in grado di compiere operazioni fino a 256 TeraFlop. Il chip è stato presentato nel corso di un evento trasmesso in diretta da Shanghai, durante il quale il presidente a rotazione (rotating chairman) Eric Xu ha parlato di «grandi progressi compiuti dall’annuncio della strategia Ai dello scorso ottobre. Tutto sta procedendo secondo i piani, nella ricerca e sviluppo e al lancio di nuovi prodotti». Secondo Xu le performance di Ascend 910 «sviluppano più potenza di calcolo rispetto a qualsiasi altro processore Ai nel mondo».

Insomma Huawei entra a gamba tesa nel mercato dei chip che è dominato da alcune società Usa come Intel, che infatti proprio il giorno precedente aveva annunciato il lancio di un suo chip ultraperformante, Qualcomm e Nvidia.

In realtà i chip di Huawei non sono, almeno per ora, in vendita sul mercato ma servono solo per la linea dei suo prodotti tra cui, ovviamente, gli apparati di rete 5G. Per Huawei il settore dell’intelligenza artificiale è paragonabile alla rivoluzione industriale o alla scoperta dell’energia elettrica. Sia ben chiaro l’argomento non è nuovo ma solo con l’implementazione delle reti mobili 5G, capaci di far transitare miliardi di dati con un battito di ciglia troverà la linfa per nuovi sviluppi.

L’obiettivo del colosso cinese è di entrare in questo settore fornendo tecnologia adattabile e a buon mercato, Ascend infatti dovrebbe essere un chip meno caro rispetto a quelli della concorrenza, per settori in grande sviluppo come il cloud computing o l’auto a guida autonoma.

«Siamo al lavoro con i produttori di auto per sviluppare soluzioni e componentistica per le auto a guida autonoma» – ha aggiunto Xu. E infatti una divisione specifica del gruppo di Shenzhen sta lavorando al software richiesto per le auto senza conducente che potranno funzionare solo in presenza di rete 5G.

In quest’ottica si inserisce anche l’idea di rendere la sua piattaforma per l’Ai Mindspore open source nel primo trimestre del 2020. Un’idea questa che oltre a creare un ecosistema di partner industriali e di ricerca, mitiga gli impatti futuri di possibili bandi Usa.

Certo sul fronte della ricerca e sviluppo Huawei forte di un fatturato da 100 miliardi di dollari non ha problemi ed interpreta uno dei desiderata di Pechino: aumentare la produzione interna di componenti tecnologici, come i semiconduttori, raggiugendo una quota dell’80% entro cinque anni, come previsto dal programma Made in China 2025.

Huawei ora sfida gli Usa anche sui chip intelligenti

Huawei ora sfida gli Usa anche sui chip intelligenti

Source: il giornale

Nuovi dazi cinesi, Trump accusa la Fed

Tassa da 75 miliardi sull’import Usa. The Donald: «Il nemico è Powell o Xi?»

Rodolfo Parietti

È la Cina il miglior alleato di Donald Trump nella sua indefessa crociata contro il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell. Ieri Pechino è piombata giù dalle montagne di Jackson Hole, dove è in corso l’annuale simposio tra i banchieri centrali, come una valanga carica di nuovi dazi sulle merci statunitensi.

Tariffe punitive alzate dal 5 al 10%, per un controvalore di 75 miliardi di dollari, sono destinate a scattare in due tranche, il primo settembre e il 15 dicembre prossimi.

Nel mirino anche le automobili a stelle e strisce, la cui tassazione salirà dal 15 al 25% a partire da metà dicembre. Poi il petrolio Usa, anche se in questo caso con dazio al 5%. Una risposta a tutto campo del Dragone all’ultima ritorsione americana (altri dazi del 10% sui prodotti cinesi) che è la plastica rappresentazione dell’inasprimento della guerra commerciale fra le due super-potenze. E questa, di certo, non sarà l’ultima rappresaglia.

Nell’immancabile tweet, Trump ha infatti subito replicato annunciando nuove misure contro l’ex Impero celeste e intimando alle corporation Usa di cominciare a preparare i bagagli per «cercare un’alternativa alla Cina» o, meglio ancora, per organizzare il rimpatrio della produzione. In tarda serata, era ancora in corso un incontro fra il presidente Usa e il suo staff di esperti commerciali per studiare come controbattere alla mossa di Pechino.

Fin da subito i toni duri di Trump sono stati sufficienti per far correre brividi freddi lungo la schiena a Wall Street, angosciata dall’idea di un back-shoring di massa (400 punti persi dal Dow Jones pochi minuti dopo il cinguettio trumpiano, -2% a un’ora dalla chiusura), e per piegare i listini europei (-1,65% Milano, giù lo Stoxx600 dello 0,8%). E mentre gli indici scendevano, lo yuan toccava il minimo da 11 anni e mezzo contro il dollaro a quota 7,13, quasi sicuramente per effetto di un intervento della banca centrale cinese.

L’irrigidimento del tycoon non sembra però solo legato all’affondo tariffario cinese. Lo si capisce dal successivo tweet al vetriolo riservato a Powell. La cui colpa, agli occhi dell’inquilino della Casa Bianca, è quella di non aver annunciato ieri una bella sforbiciata dei tassi. Già la premessa di The Donald è una domanda retorica: «Chi è il nostro più grande nemico, Powell o Xi (il presidente cinese, ndr)? È incredibile come i membri della banca centrale possano parlare senza sapere o chiedere quello che sto facendo. Come al solito, la Fed non fa nulla. Abbiamo un dollaro molto forte e una Fed molto debole».

Per evitare la furia presidenziale, al leader di Eccles Building non è insomma bastato riscrivere in tutta fretta buona parte dello speech, preparato in precedenza, alla luce degli ultimi sviluppi tariffari.

Discorso in cui, fin dall’inizio, si sottolineano i «rischi significativi» che sono intervenuti nelle tre settimane successive all’ultima riunione dell’istituto di Washington: nuovi dazi; ulteriori conferme di rallentamento globale, in particolare in Cina e Germania; caduta dei rendimenti dei bond a lungo termine. Per Powell, le incertezze commerciali rappresentano «una nuova sfida per la politica monetaria». Ovvero, alla fine, finiscono per condizionare le scelte sui tassi. Così, la Fed è pronta ad «agire in modo appropriato per sostenere l’espansione economica», anche se l’apertura a un alleggerimento del costo del denaro è data soprattutto dall’assenza nel suo discorso di qualsiasi riferimento a quell’«aggiustamento di metà ciclo» con cui era stata depotenziata la riduzione dei tassi decisa lo scorso luglio.

Una mancanza che le Borse, tutte positive prima dell’intemerata di Trump, avevano subito interpretato come una chiara indicazione che i tassi saranno tagliati già in settembre di almeno un quarto di punto. Gli interventi di Trump hanno poi sparigliato le carte. Da lunedì prossimo, per i mercati si profila un’altra settimana di passione.

Nuovi dazi cinesi, Trump accusa la Fed

Nuovi dazi cinesi, Trump accusa la Fed

Source: il giornale

Peppa Pig e Pj Mask valgono 4 miliardi. Comprati dalla Hasbro

Il colosso dei giocattoli ha comprato la Entertainment One (eOne) proprietaria dei due famosi cartoni per bambini

Acquistati per 4 miliardi di euro. È questo il valore della Entertainment One(eOne), società autrice di Peppa Pig e Pj mask, che è stata acquisita dalla Hasbro, colosso dei giocattori che detiene già altri marchi amatissimi dai bambini come i Power Rangers.

Si rafforza così la posizione della company nordamericana che da vita ad un’intesa tra le più imponenti mai realizzate nel settore dei giocattoli. L’operazione dovrebbe essere completata nel corso del quarto trimestre del 2019 e consisterà in un accordo definitivo di 3,3 miliardi di sterline (3,64 miliardi di euro), con l’acquisizione della britannica eOne produttrice della famosissima Peppa. Nel dettaglio, la Hasbro, che sul mercato è già presente, tra gli altri, con i Transformers, pagherà 5,60 sterline per ogni azione della Entertainment One, con un premio del 26%sul prezzo dato alla chiusura della sessione di ieri della borsa.

Tre anni la ITV aveva provato ad acquisire la società britannica per circa un miliardo di sterline, ma l’offerta era stata rifiutata venendo giudicata una sottovalutazione del prezzo di mercato. Ora il prezzo si è quadruplicato e permetterà alla Hasbro di di realizzare sinergie annuali per circa 130 milioni di dollari.

L’acquisizione di eOne fornirà all’azienda “una nuova strada per la creazione di marchi orientati alla famiglia“, ha dichiarato presidente di Hasbro Brian Goldner mentre le azioni della eOne ieri sono aumentate di quasi il 30% alla Borsa di Londra dopo l’annuncio dell’accordo.

Peppa Pig e Pj Mask valgono 4 miliardi. Comprati dalla Hasbro

Peppa Pig e Pj Mask valgono 4 miliardi. Comprati dalla Hasbro

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Cancellare Quota 100 e scivoli ​Ecco le pensioni "giallorosse"

Sia Pd che M5s hanno sempre avuto posizioni critiche sulla riforma del Carroccio. E ora l’inciucio la mette a rischio le pensioni

Il governo dell’inciucio potrebbe vedere la luce già martedì prossimo. Inutile girarci intorno, le trattative tra Cinque Stelle e Pd sono partite e da ieri sera il tavolo per il ribaltone è stato allestito. Tra i punti caldi da affrontare in una trattativa comunque rischiosa e dall’esito incerto c’è quello della manovra. E dentro la manovra il capitolo pensioni avrà di certo un peso. La riforma di Quota 100, voluta fortemente dalla Lega, potrebbe essere schiacciata da una tenaglia giallorossa.

Infatti sia il Movimento Cinque Stelle che il Pd sono stati sempre critici su questa radicale riforma previdenziale. Basta ad esempio ricordare le parole di Andrea Roventini, uno dei tecnici più vicini alla galassia pentatstellata. Qualche tempo fa non aveva usato giri di parole nel definire Quota 100 come uno “spreco inaudito di risorse, perché è una misura sessista che favorisce i maschi 50enni del nord Italia”. Poi aveva affondato il colpo: “Inoltre non è una misura che rilancia la domanda. Chi va in pensione con quota 100 riduce le proprie spese“. E in questo quadro che annuncia un possibile ribaltone, non vanno nemmeno dimenticate le parole di Carlo Calenda che ha sempre criticato fortemente la riforma previdenziale voluta dal Carroccio: “Va cancellata immediatamente. È un provvedimento che ha un debito implicito superiore ai 30 miliardi di euro che non ci possiamo permettere. Per mandare in pensione pochissima gente rispetto a quel che costa“.

Insomma un eventuale asse Pd-5S potrebbe cancellare in modo definitivo l’anticipo pensionistico. Ma davvero Zingaretti e Di Maio possono cancellare quota 100? La riforma previdenziale è stata inserita nell’ultima legge di Bilancio ed è prevista fino al 2021 in via sperimentale. Probabilmente il governo del ribaltone potrebbe non rinnovare il finanziamento e dunque la riforma sarebbe destinata a morire. Di sicuro la misura che rischia di più è quella di Opzione Donna che riguarda il pensionamento delle lavoratrici dipendenti e autonome. I finanziamenti sono stati rinnovati nel corso della scorsa legislatura e di fatto sono in scadenza a fine anno. Andrebbero rinnovati, proprio con la manovra, per il 2020. Ma è altamente probabile che lo scivolo per le donne possa scomparire con l’arrivo del governo giallorosso.

Cancellare Quota 100 e scivoli ​Ecco le pensioni "giallorosse"

Cancellare Quota 100 e scivoli ​Ecco le pensioni "giallorosse"

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Bce unanime: "Accomodanti a lungo"

La crisi tedesca rende Francoforte più interventista della Fed

Antonio Signorini

Dai verbali del consiglio direttivo della Bce, alla vigilia del vertice di Jackson Hole, emerge una Bce in vena di generosità improbabili fino a poco tempo fa.

I membri del board, secondo le minute, si sono trovati d’accordo sulla necessità di «una posizione altamente accomodante della politica monetaria per un periodo di tempo prolungato», poiché «i tassi di inflazione, sia realizzati sia previsti, sono stati costantemente al di sotto dei livelli in linea con il suo obiettivo».

Unanimi su una linea pro sviluppo perché c’è il rischio che il rallentamento dell’economia dell’Eurozona cominciato alla fine del 2018 possa «protrarsi più a lungo di quanto precedentemente stimato». Più in generale, «stanno aumentando i dubbi sulla ripresa attesa per la seconda parte dell’anno». Gli indicatori che anticipano l’inflazione sono «motivo di preoccupazione»

La Bce si prepara quindi a un nuovo Quantitative Easing e a politiche monetarie accomodanti. «Le varie opzioni dovrebbero essere viste come un pacchetto, vale a dire una combinazione di strumenti con significative complementarità e sinergie, poiché l’esperienza ha dimostrato che un pacchetto di politiche è più efficace di una sequenza di azioni selettive».

Gli ultimi mesi del mandato di Mario Draghi anche i membri dei paesi più rigoristi si sono convertiti ad una politica espansiva, complice il rallentamento della Germania.

Un cambio di passo che non è passato inosservato e che potrebbe avere ripercussioni negli Stati uniti. La Fed è sotto i riflettori per i continui attacchi del presidente Donald Trump che chiede tagli dei tassi più generosi. Nel primo decennio del 2000 la Fed riuscì a contrastare la crisi dei mutui con risposte veloci e massicce. Oggi la Fed tentenna mentre la Bce si muove compatta per rispondere alle tensioni sui mercati internazionali, causate dalle tensioni tra Usa e Cina. Oggi a Jackson Hole sulle montagne del Wyoming si riuniscono banchieri centrali, economisti e accademici. Il governatore Jerome Powell pronuncerà il suo discorso e si capirà se la Fed ha intenzione di cambiare passo.

Bce unanime: "Accomodanti a lungo"

Bce unanime: "Accomodanti a lungo"

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Mediaset in Consob contro Vivendi

«I francesi agiscono per deprimere il titolo in vista dell’assemblea del 4 settembre»

Maddalena Camera

Non c’è pace tra Mediaset e Vivendi. Ieri il Biscione ha presentato un esposto alla Consob per denunciare all’autorità di vigilanza del mercato che l’azionista francese Vivendi sta agendo per deprimere il valore del titolo Mediaset. La vicenda è intricata e parte dal mancato acquisto della pay tv Premium da parte dei francesi, ormai tre anni fa. Da allora tra le due società è partita una causa miliardaria, promossa da Mediaset e dalla sua controllante Fininvest che hanno chiesto ben 1,8 miliardi di danni al gruppo controllato dal finanziere Vincent Bollorè.

Nel frattempo il mercato televisivo per la tv in chiaro si è fatto sempre più difficile con l’avvento di concorrenti online, come Netflix e Amazon, che distribuiscono a piene mani serie tv sul web e con la disaffezione dei più giovani alla visione della tv tradizionale. Mediaset ha così cercato nuove strade per uscire dai confini nazionali individuando quella della creazione di una nuova società, MediaforEurope (MfE), che riunirà, tramite fusione, Mediaset Italia con la controllata spagnola. La sede verrà spostata in Olanda ma la società continuerà ad essere quotata e a pagare le tasse in Italia. La riunificazione delle due Mediaset permetterà sinergie e tagli dei costi per 100-110 milioni all’anno entro il 2023. Inoltre la legislazione olandese rafforza la presa di Fininvest della famiglia Berlusconi che oggi è il primo azionista di Mediaset con il 44,1% (ma con il 45,7% dei diritti di voto), tallonata dalla francese Vivendi che ha comprato a fine 2016, in modo ostile, il 28,8% del capitale (29,9%). Quanto a MfE, l’operazione è apprezzata dagli analisti da un punto di vista industriale ma sul fronte della governance fa aumentare i diritti degli azionisti di maggioranza. Ed è proprio su questo il punto su cui batte Vivendi. Mediaset comunque non dovrebbe avere problemi a far passare l’operazione quando sarà proposta alle assemblee delle due società, quella italiana e quella spagnola, il 4 settembre prossimo anche perchè non dovrebbero essere ammessi al voto Vivendi che detiene direttamente il 9,6% e la sua fiduciaria Simon dove è stato fatto confluire il 19,2% delle azioni. È comunque evidente che tenere il titolo sopra il prezzo di recesso, fissato a 2,77 euro, sia importante. Ieri il Biscione è salito dello 0,51% a 2,95 euro. La controllata spagnola del 3,55% a 6,05 euro, ancora sotto i 6,55 euro previsti per il recesso. Mediaset ha stanziato 180 milioni per acquistare i titoli delle minoranze dissenzienti. L’operazione va approvata con la maggioranza semplice in Spagna, dove il Biscione ha oltre il 50%, e con il voto favorevole dei due terzi del capitale presente in assemblea in Italia. Il riassetto, se approvato, assegnerà un’azione MediaforEurope, quotata a Milano e a Madrid, per ogni Mediaset e 2,33 azioni MediaforEurope per ogni Mediaset Espana.

Nell’esposto di ieri Mediaset auspica che Vivendi venga invitata ufficialmente ad assumere una posizione pubblica e inequivoca in merito alle sue reali intenzioni rispetto all’operazione annunciata lo scorso 7 giugno. La segnalazione a Consob è stata trasmessa anche a Agcom ai fini del monitoraggio sui comportamenti di Vivendi a seguito della «accertata violazione» dell’articolo 43 del Tusmar (testo unico di radiotv) che ha obbligato Vivendi a conferire i due terzi della partecipazione in Mediaset a Simon Fiduciaria.

Mediaset in Consob contro Vivendi

Mediaset in Consob contro Vivendi

Source: il giornale