Perugina, vertenza conclusa: niente licenziamenti di massa a Perugia

Accordo tra sindacati e Nestlé. Per i 364 esuberi annunciati è stata trovata una soluzione: 146 esodi incentivati, 35 prepensionamenti e 180 ricollocamenti

La vertenza della Perugina, la storica fabbrica del cioccolato di Perugia, è ufficialmente conclusa. Nestlé annuncia l’accordo e la firma dell’intesa con i sindacati e la rsu dello stabilimento di San Sisto. In sintesi: niente licenziamenti di massa. Per i 364 esuberi annunciati è stata trovata una soluzione: 146 esodi incentivati, 35 prepensionamenti e 180 ricollocamenti a Perugia e in aziende del gruppo Nestlé .

“La vertenza della Perugina si conclude positivamente – ha sottolineato la multinazionale Nestlé – riuscendo a conseguire il riequilibrio occupazionale indispensabile per rendere sostenibile e competitivo lo stabilimento di San Sisto e, nello stesso tempo, a evitare licenziamenti, attraverso un piano sociale di circa 20 milioni di euro che ha permesso di offrire una opportunità concreta a ciascuno dei 364 lavoratori coinvolti nella riorganizzazione. E ancora: “La Perugina a San Sisto continuerà a dare lavoro a 613 persone a tempo indeterminato – ha annunciato ancora l’azienda – ai quali si aggiungono i lavoratori stagionali necessari per far fronte ai periodi di picco produttivo, confermandosi lo stabilimento di Nestlé con più occupati in Italia e la più grande fabbrica italiana di cioccolato per numero di addetti”.

Ma per i sindacati, nonostante l’accordo firmato, non c’è “nessun senso di vittoria e nessun trionfalismo”. Secondo quanto spiegato da Michele Greco, segretario della Flai Cgil Umbria “è stata una vertenza difficile e noi abbiamo fatto di tutto per salvaguardare i posti di lavoro. Prendiamo atto del fatto che oggi troviamo una ‘quadra’ sul piano sociale – ha aggiunto – ma abbiamo perso 180 posti di lavoro, rispetto all’annuncio del 9 maggio 2017 dei 364 esuberi, riuscendo a salvaguardarne in maniera parziale altrettanti. Un impatto pesante”. Sempre secondo Greco “resta aperta la questione relativa al piano industriale e alla strategia rispetto al cioccolato. Abbiamo per questo chiesto un incontro all’azienda, entro metà giugno, per avere un quadro sulle prospettive di rilancio dello stabilimento”.

Perugina, vertenza conclusa: niente licenziamenti di massa a Perugia

Perugina, vertenza conclusa: niente licenziamenti di massa a Perugia

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Comcast contro Disney: offre 60 miliardi per Fox

La società sta preparando un’offerta in contanti per rafforzarsi e arginare la concorrenza di Netflix & C

Comcast fa da terzo incomodo nella possibile fusione tra Disney con Fox, ma anche tra quella tra Fox e Sky. Il colosso della tv via cavo statunitense ha confermato di essere in una fase «avanzata» per quanto riguarda la preparazione di un’offerta per gli asset che il gruppo di Rupert Murdoch dovrebbe vendere alla casa di Topolino.

«Anche se non è ancora stata presa una decisione definitiva, la ricerca dei finanziamenti per questa offerta, che sarà tutta in contanti, e le questioni normative collegate sono già in una fase avanzata», ha spiegato la società in una nota. Comcast è già proprietaria dei canali Nbc, Cnbc ed Msnbc, e potrebbe quindi mettere le mani su un ulteriore pacchetto di canali che fanno capo a 21st Century Fox dal quale sono comunque esclusi Fox News, Fox Business e altri asset televisivi.

La mossa arriva pochi giorni prima dell’assemblea degli azionisti di Fox, accompagnata da numerose indiscrezioni. Nelle scorse settimane i media statunitensi hanno parlato di 60 miliardi di dollari già raccolti per sfidare Disney, che ne ha offerti a Murdoch circa 66. Il Financial Times, citando fonti vicine al dossier, ha riferito di una clausola di salvaguardia da 2,5 miliardi di dollari per l’eventuale rottura dell’accordo in caso di problemi normativi inserita nell’offerta dalla stessa Comcast. Non è la prima volta che l’operatore Usa cerca di mettere le mani su Fox: alla fine del 2017 il gruppo aveva già dovuto incassare il rifiuto di Murdoch, preoccupato per le eventuali ricadute della fusione a livello Antitrust. Se l’autorità per la concorrenza approvasse la fusione tra Time Warner e AT & T anche Comcast potrebbe acquisire Fox senza problemi.

Le stesse 21st Century Fox e Comcast, tra l’altro, sono in concorrenza per l’acquisizione di un altro asset ascrivibile, almeno in parte, alla galassia Murdoch: la società di produzione e trasmissione televisiva Sky. Comcast, in questo caso, ha formalizzato un’offerta da 22 miliardi di sterline. Una cifra che supera del 16% quella messa sul piatto da Fox per il 61% di Sky che ancora non possiede.

Insomma, Fox fa gola a molti dimostrando la volontà di colossi Usa, come Comcast e Disney, di rafforzarsi anche in Europa per fronteggiare la crescente concorrenza dei giganti del web come Netflix, Amazon e Apple, sempre più agguerriti nel settore entertainment. Bastano due dati per capire l’affanno del settore: secondo Leichtman Research, nel solo quarto trimestre 2017 in Usa i principali operatori tv (via cavo e satellite), che sono per l’appunto Disney e Comcast, hanno perso 400mila abbonati. Mentre per i concorrenti sul web la crescita non si ferma.

Comcast contro Disney: offre 60 miliardi per Fox

Comcast contro Disney: offre 60 miliardi per Fox

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La "promessa sposa" di Prysmian finisce nel mirino della giustizia Usa

Aperto un fasciolo sull’americana General Cable. Rischio multa

La preda di Prysmian, l’americana General Cable, è finita nel mirino del Dipartimento di Giustizia Usa che sta indagando per violazioni del Foreign Corrupt Practices Act. Nel dicembre 2016 il gruppo statunitense aveva stipulato un accordo di «non prosecution» per risolvere un’indagine di corruzione, sborsando 20,5 milioni di dollari a gennaio 2017. Poi, alla fine dell’anno scorso, è finito nel mirino di Prysmian che ha annunciato l’acquisizione del 100% della società americana di cavi per 3 miliardi di dollari.

Il sigillo all’operazione è atteso entro il terzo trimestre del 2018, manca solo l’approvazione del Committee on Foreign Investment degli Stati Uniti. Ci sono rischi per le nozze? Gli analisti di Mediobanca Securities, basandosi sul file alla Sec pubblicato nel dicembre scorso, sottolineano che la fusione è sottoposta al soddisfacimento o alla rinuncia di particolari condizioni tra le quali viene citato «un periodo di 30 giorni da quando la società fornisca nota scritta al Dipartimento di Giustizia della fusione, in accordo con il non-prosecution agreement, datato 22 dicembre 2016». Un fattore chiave che metterebbe potenzialmente a rischio l’accordo potrebbe essere una multa da parte del Dipartimento che dia luogo a un «effetto avverso materiale». Termine che indica, spiegano gli specialisti, un qualsiasi cambiamento, effetto, evento, accadimento o sviluppo che sia materialmente avverso alle condizioni finanziarie, alle attività o ai risultati di General Cable e delle sue controllate.

Intanto il titolo Prysmian ha chiuso la seduta di ieri con un -2,28% a 24,8 euro. Lo scorso 22 maggio l’ad, Valerio Battista, ha venduto parte delle 473.299 azioni ordinarie assegnategli in forza del Long Term Incentive Plan 2015-2017 deliberato dall’assemblea dell’aprile 2015.

La "promessa sposa" di Prysmian finisce nel mirino della giustizia Usa

La "promessa sposa" di Prysmian finisce nel mirino della giustizia Usa

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Deutsche Bank, una mina per l'Europa

L’istituto tedesco batte in ritirata: ridurrà le attività sui mercati con 10mila tagli

Altro che le «cenerentole» italiane rimaste per mesi al centro dei radar della Bce, la vera mina vagante del credito in Europa è diventata Deutsche Bank. Alla vigilia dell’assemblea dei suoi 4.500 azionisti che si riunirà oggi, è arrivata la notizia di un’imponente riorganizzazione del personale. Secondo il Wall Street Journal, il colosso creditizio tedesco starebbe studiando il taglio di 10mila posti di lavoro. Dietro alla scure sull’organico ci sarebbe anche la decisione del gruppo di battere in ritirata riducendo drasticamente la presenza negli Usa nonchè le attività in Europa Centrale, Medio Oriente e Africa.

Ad aprile il tedesco Christian Sewing ha sostituito al timone della banca l’inglese John Cryan che dall’inizio del suo mandato, nel 2015, aveva già chiuso quasi 200 filiali in Germania ed eliminato 9mila posti in tutto il mondo. Deutsche Bank oggi conta ancora poco più di 97mila dipendenti (di cui oltre 42mila in patria) ma ha deciso di accantonare le sue ambizioni di banca globale che sfida i colossi di Wall Street; nel tentativo di invertire la rotta dopo tre esercizi in rosso e il cambio di tre ad in sei anni. La direzione di Sewing, in carica da meno di un mese dopo aver guidato le attività di banca commerciale e private banking, è stata subito quella di riorganizzare le divisione di investment bank (Cib) dove il gruppo tedesco non riesce a tenere il passo dei rivali. Ora verranno ridimensionate le attività di trading e sales nei tassi Usa e riviste quelle nei mercati azionari globali.

Nella finanza alle imprese verrà ridotto l’impegno verso settori negli Stati Uniti e in Asia in cui l’attività cross-border è limitata. Non è dunque un caso se a metà aprile la Bce ha chiesto a Deutsche Bank di calcolare i costi di una eventuale liquidazione delle attività di trading.

La simulazione, con una sorta di stress test, era stata collegata da qualche analista alla possibile dismissione di una divisione finora centrale per l’istituto. Tanto che qualcuno si chiede oggi se Deutsche abbia bisogno di mettere una toppa a qualche problema in grado di minacciare la stessa sopravvivenza della banca, magari legato all’enorme mole di derivati e di titoli potenzialmente tossici in pancia all’istituto tedesco.

Ad alimentare la tensione è il dibattito interno con un processo che ha spaccato i vertici e lasciato perplessi gli investitori che hanno già dovuto digerire i conti trimestrali chiusi con un calo dell’utile del 79% a 120 milioni. I titoli di Deutsche Bank sono inoltre scesi di recente ai minimi dalla crisi di fiducia che l’ha colpita nel 2016: un anno fa valevano quasi 17 euro, ieri hanno chiuso a 10,8 euro.

Ma oggi in assemblea il vero campo di battaglia sarà la governance: Hans-Christoph Hirt, responsabile del fondo attivista britannico Hermes Eos, ha scritto una lettera agli azionisti chiedendo loro di sostituire Achleitner, criticato da più parti per le scelte del passato effettuate dall’investment bank, all’origine delle perdite degli ultimi anni. Nelle scorse settimane anche la società americana di analisti indipendenti Glass Lewis ha inviato ai gestori dei fondi una missiva per valutare la possibilità di presentare una mozione in assemblea per cambiare il presidente. Achleitner è considerato il punto di unione tra la banca e i suoi due principali azionisti: il fondo sovrano del Qatar e il conglomerato cinese Hna che invece sostengono i nuovi vertici.

Deutsche Bank, una mina per l'Europa

Deutsche Bank, una mina per l'Europa

Source: il giornale

Torna l'allarme banche. Fitch: "Sono in pericolo". Spread verso quota 200

L’agenzia Usa teme ricadute sul taglio dei crediti a rischio se cala la fiducia sull’Italia

Al concentrato di tossine economiche presente nel programma di governo di Lega e Movimento 5 Stelle, Fitch contrappone il distillato velenoso delle possibili conseguenze per l’Italia. Così, dopo le minacce neanche troppo velate di declassamento del rating tricolore, ora tocca alle nostre banche finire nel mirino. O, meglio, sotto il tiro è il loro lato più vulnerabile, quell’elevato livello di sofferenze che a fatica si sta provando a smaltire. Anche con l’aiuto della seppur parziale stampella pubblica.

La gruccia rischia però di essere segata dall’alleanza giallo-verde, più incline alla salvaguardia dei risparmiatori, un po’ meno a preoccuparsi di faccende complicate come lo smaltimento dei crediti incagliati. Che poi, in fondo, è la solita contrapposizione fra chi – l’Europa – ha rottamato i salvataggi coi soldi dei contribuenti (i bail out) spostandosi sulla sponda opposta (i bail in), e chi vede come fumo negli occhi quanto partorito a Bruxelles. È una divisione che Fitch conosce benissimo (un aumento della portata del bail out, recita l’ultimo report «andrebbe a scontarsi con la direttiva Ue sulla risoluzione delle banche e le regole sugli aiuti di Stato») e di cui già prevede le conseguenze. E dunque? «Un prolungato calo nella fiducia degli investitori sulla scia dei piani del nuovo governo italiano sulle banche potrebbe ritardare i progressi degli istituti nel ridurre i loro ampi stock di Npl (le sofferenze, appunto, ndr) e rendere più costose nuove emissioni». Soprattutto in un momento in cui lo spread, schizzato ieri fino a 200 punti (chiusura a 191), e il continuo calo dei titoli bancari (-1,72% l’indice di settore, contro il -1,31% di Piazza Affari) rappresentano due spine nel fianco per gli istituti.

Come un bignamino, l’analisi riassume coi numeri la situazione attuale. I crediti a rischio d’insolvenza avevano toccato un picco nell’aprile 2017 di 203 miliardi di euro, per ridursi a a 167 miliardi a fine 2017. Gli stock di sofferenze restano però i più alti in Europa, mentre il rapporto tra Npl e il totale dei prestiti delle banche è «ben al di sopra della media dell’Ue di circa il 4% a fine 2017». La missione di messa in sicurezza del sistema creditizio è quindi ben lungi dall’essere completata. Anche perché lo smaltimento dei prestiti più deteriorati avviene facendo leva sulla Gacs. L’acronimo è orrendo, ma è la garanzia dello Stato di cui le banche beneficiano sulla parte senior (la meno rischiosa) delle obbligazioni il cui sottostante sono proprio i crediti deteriorati. Non è roba da poco, visto che consente di liberarsi degli npl a valori più alti rispetto alla media di mercato. Fitch, che al momento dell’adozione di questo strumento aveva per la verità qualche dubbio a causa dei tempi lunghi di recupero delle procedure giudiziarie in Italia, ha cambiato idea: «Gacs è un importante aiuto nella riduzione dei crediti deteriorati e un proseguimento di questo schema e un possibile allargamento ad altre categorie di esposizioni dubbie potrebbe sostenere ulteriormente la riduzione di Npl». La Gacs ha però una scadenza, il prossimo 6 settembre. A fine mese la Commissione Ue potrebbe concedere una proroga di 4-6 mesi, vitale per le nostre banche. Sempre che lo strumento non venga mandato prima sul binario morto dal nuovo governo. In tal caso, è la sentenza di Fitch, il danno non sarò solo per le banche ma anche per «i creditori privilegiati, incluso chi ha un deposito e molti piccoli investitori».

Torna l'allarme banche. Fitch: "Sono in pericolo". Spread verso quota 200

Torna l'allarme banche. Fitch: "Sono in pericolo". Spread verso quota 200

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Agcom, via alle regole sull'asta 5G

Con l’assegnazione delle frequenze lo Stato incasserà 2,5 miliardi

Via libera dell’Agcom alle regole per l’asta 5G dalla quale lo Stato si aspetta un introito di almeno 2,5 miliardi di euro, di cui la metà a valere già da quest’anno. Ad esito della consultazione pubblica l’Autorità guidata da Angelo Cardani ha approvato le procedure per l’assegnazione e le regole per l’utilizzo delle frequenze disponibili nelle bande 694-790 MHz, 3600-3800 MHz e 26.5-27.5 GHz per sistemi di comunicazioni elettroniche di quinta generazione (ovvero 5G).

L’Autorità è il primo regolatore europeo a definire un regolamento per l’assegnazione delle bande pioniere identificate a livello comunitario per lo sviluppo del 5G.

Sulla base del regolamento adottato, il ministero dello Sviluppo economico organizzerà la relativa gara, che dovrà concludersi a settembre. All’interno della banda 3600-3800 Mhz, l’Autorità ha previsto due lotti da 80 MHz e due lotti da 20 MHz, con la previsione di un cap pari a 100 MHz.

«Comporre questo puzzle a tre pezzi garantendo una partecipazione modulare e aperta non è stato facile, considerando che si tratta della prima asta 5G multibanda d’Europa e che gli obiettivi di incasso e di copertura previsti dalla legge sono particolarmente ambiziosi, così come i vincoli tecnologici disegnati a livello europeo», ha detto ieri Antonio Nicita, commissario dell’Agcom e relatore del provvedimento sulle regole per l’asta 5G. «Ora tocca agli operatori saper cogliere le sfide che la rivoluzione e le prospettive del 5G pongono agli attori di mercato e ai decisori», ha aggiunto.

Oggi, intanto, sul tavolo del consiglio dell’Agcom dovrebbe arrivare l’analisi preliminare del progetto di separazione legale volontaria della rete di accesso fissa di Tim. Il progetto di separazione volontaria della rete fissa d’accesso era stato notificato da Tim all’Agcom lo scorso 27 marzo, dopo il via libera del cda del 6 marzo. La notifica all’Autorità da parte del gruppo telefonico è il primo passo dell’iter formale ai sensi dell’articolo 50 ter del Codice delle Comunicazioni Elettroniche.

Sul progetto di separazione della rete era tornato l’ad di Tim, Amos Genish, lo scorso 17 maggio durante la conferenza telefonica con gli analisti: «Per laNetco potremo in futuro considerare anche una quotazione in Borsa. L’importante sarà non perdere il controllo della rete o deconsolidare l’asset», aveva sottolineato Genish.

Agcom, via alle regole sull'asta 5G

Agcom, via alle regole sull'asta 5G

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Fiera Milano, piano strategico: investimenti e conti in utile

Presentato il business plan 2018 – 2022, obbiettivo: ricavi in crescita e “solida generazione di cassa”. Rafforzamento delle manifestazioni di proprietà e di terzi, servizi di qualità, congressi e internazionalizzazione. L’ad Fabrizio Curci: “Un modello di business ed eccellenza”

Rafforzamento del portafogli delle manifestazioni sia di proprietà che di terzi, sviluppo e valorizzazione dei servizi e del business congressuale, strategia di internazionalizzazione con la previsione di un forte aumento dei risultati e una “solida generazione di cassa”: sono questi i pilastri – e gli obbiettivi – del piano strategico quinquennale 2018 – 2022 del Gruppo Fiera Milano presentato nella sede di Borsa Italiana dall’amministratore delegato e direttore generale Fabrizio Curci. Piano industriale in cui vengono indicati target precisi: Ebitda annuo medio fra 28 e 32 milioni di euro, utile netto annuo per tutto il quinquennio indipendentemente dalla stagionalità del business fieristico, posizione finanziaria netta positiva per 70-90 milioni di euro a fine piano con ricavi in crescita a 260 – 280 milioni di euro all’anno rispetto a 247 milioni medi annui realizzati nel quinquennio 2013-2017.

“Il nostro piano si basa sulla solidità del nostro modello di business, sulle caratteristiche di eccellenza di Fiera Milano, ulteriormente rafforzate dagli investimenti sui quartieri, oltre che sull’attrattività di Milano e la sua internazionalità – ha detto Fabrizio Curci -. Ci focalizzeremo sulla crescita organica delle manifestazioni, su una maggiore penetrazione dei servizi e sull’efficientamento dei costi. Altro punto fondamentale del piano è la valorizzazione delle nostre risorse umane, elemento indispensabile per il raggiungimento degli obiettivi prefissati. La generazione di cassa e il consolidamento finanziario ci consentiranno di valutare le opportunità di ulteriore crescita che si presenteranno sul mercato”. Curci ha sottolineato anche come i risultati che Fiera Milano sta conseguendo siano “tutti in miglioramento, anche oltre le nostre aspettative” e che se è “importante l’andamento economico generale” è anche vero che tutte le nostre manifestazioni stanno andando molto bene”. “Ed è in corso un consolidamento tra grandi player, l’industria si sta concentrando e dobbiamo tenerne conto. La capacità di M&A che c’è, l’alta liquidità, accelerano il processo e noi dobbiamo guardare con molta attenzione, lavorando con intelligenza. In Italia il mercato è frammentato con top 5 che catalizzano e il 43% della quota di mercato, contro il 64% della Germania”.

Scenario che ha come motore gli investimenti di Fondazione Fiera Milano per 100 milioni di euro: 30 già investiti (in particolare con l’acquisizione dei parcheggi del quartiere fieristico) e 70 milioni previsti per il periodo 2018-2020. “Dobbiamo tenere lo standard talmente alto da mantenere la distanza dai concorrenti. Le nostre manifestazioni come Host, la mostra internazionale dell’ospitalità professionale leader mondiale del settore, TuttoFood (alimentare) e Homi (lifestyle e interior design) devono crescere ancora e hanno margine per farlo, sono strategicamente le più rilevanti e su queste investiremo”, ha detto Curci, ricordando che la società “deve partire da quello che sa fare bene, capitalizzando e massimizzando quello”.
In particolare, il gruppo punterà su Milano: “La città ha aumentato il proprio appeal nei confronti degli investitori internazionali, Expo 2015 ha generato 4 miliardi di investimenti nelle infrastrutture, e noi dobbiamo cavalcare questo trend, la città porta ricchezza al Paese e questa è un’ottima opportunità tenendo conto che Fiera Milano è al centro di un’area altamente infrastrutturata ed è servita dall’alta velocità ferroviaria, autostrade, metropolitana e aeroporti” che, assieme all’ attrattività internazionale di Milano nel fanno un unicum. Il Gruppo si pone così l’obiettivo di attrarre nuove fiere leader nei settori di riferimento, grandi congressi internazionali perché MiCo è secondo in Europa dopo il Palais des Congrès di Parigi, fornendo supporto agli organizzatori nello sviluppo delle manifestazioni.

Per questo Fiera avrà un quartiere espositivo e un centro congressuale – il MiCo – sempre più funzionali e si è data una nuova struttura organizzativa con un rafforzamento del marketing, una sempre maggiore focalizzazione verso le esigenze dei clienti. La valorizzazione qualitativa dei servizi prevede una maggiore penetrazione degli allestimenti, l’offerta di servizi Smart District e lo sviluppo delle attività media come content hub per tutto il ciclo di vita degli eventi.

Fiera Milano punta con decisione – ma con realismo – all’internazionalizzazione anche attraverso partnership con i protagonisti esteri, esportando modelli che già funzionano bene in Italia. “Abbiamo recuperato, anche in tempi abbastanza rapidi, redditività in Sudafrica e lanciato un piano di ristrutturazione in Brasile, siamo in Cina con una joint venture che sta andando bene – ha aggiunto Curci -. Dobbiamo cercare opportunità dove ci sono tramite la geo-clonazione di modelli che funzionano, ovvero portando all’estero prodotti che già hanno valore in Italia”. Con un’attenzione particolare rivolta agli Stati Uniti e alla Cina, ma in ogni caso senza “ sperperare soldi perché l’attività di espansione la vedo più commerciale che societaria, cosa che mi garantisce anche snellezza delle operazioni”. “Andare all’estero è un’esigenza, non se ne può fare a meno, ma è il come lo si fa che fa la differenza. Le partnership possono essere la formula migliore, aiutano a minimizzare le perdite in caso di errore e l’investimento iniziale, puntando a un roll out graduale, partendo dal locale e arrivando all’internazionale”.

Questo in un contesto di miglioramento dell’economia, anche Italiana: “L’outlook macroeconomico è stabile e l’andamento del Pil è una buona cartina al tornasole del mercato fieristico. La produzione industriale si sta riprendendo in modo graduale, con un consolidamento della crescita delle esportazioni in settore chiave”, ha spiegato il direttore finanziario Marco Pacini ricordando come il piano preveda in generale un importante taglio dei costi, “aggredendoli mano mano che scadono i contratti”.

“Siamo molto soddisfatti di quello che abbiamo sentito. Mi piacciono la pragmaticità, la concretezza, i riferimenti all’importanza che Fiera Milano ha non solo per Milano ma anche per tutta l’industria italiana – ha commentato Giovanni Gorno Tempini, presidente di Fondazione Fiera Milano che possiede la maggioranza della società con quasi i 64%-. Milano deve essere leader al mondo in settore come quello fieristico e congressuale dove la competizione è altissima”.

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Fiera Milano, piano strategico: investimenti e conti in utile

Fiera Milano, piano strategico: investimenti e conti in utile

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L'Ue "grazia" l'Italia, ma avverte: "Inadeguate le previsioni per il 2018"

Nel 2017 l’Italia ha rispettato la regola del debito e il patto di stabilità. Ma la Commissione ue avverte: “Nuovo controllo l’anno prossimo sui conti del 2018”

La Commissione Ue “grazia” l’Italia, almeno per il momento. Ma resta l’allarme sul 2018, anno in cui…

“Non proponiamo di aprire una procedura per debito eccessivo per Italia e Belgio in questa fase”, ha annunciato il vicepresidente, Valdis Dombrovskis, presentanto il rapporto Ue sul debito.

Nel 2017, infatti, l’Italia ha rispettato il criterio del debito che è “ampiamente conforme con la parte preventiva del patto di stabilità”. Ma l’esecutivo Ue non spegne i riflettori sul Belpaese e annuncia che “rivaluterà l’anno prossimo il rispetto del patto di stabilità e crescita sulla base dei dati definitivi per il 2018 che devono essere notificati nella primavera 2019″.

Ed p proprio l’aggiustamento di bilancio nel 2018 che “appare inadeguato”.

L'Ue "grazia" l'Italia, ma avverte: "Inadeguate le previsioni per il 2018"

L'Ue "grazia" l'Italia, ma avverte: "Inadeguate le previsioni per il 2018"

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Lo spread supera i 190 e la Borsa perde ancora

Torna a correre lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi, che dopo un’apertura in lieve rialzo ha ripreso ad allargarsi rapidamente fino a superare quota 190 punti base.

Il differenziale tra i titoli ha infatti appenao toccato quota 194 punti base, ai massimi da giugno 2017, e il rendimento dei decennali italiani, al 2,44%, sta aggiornando i massimi da oltre tre anni e mezzo, cioè da novembre 2014.

Apre in calo anche Piazza Affari: dopo un’ora e mezza di attività l’indice Ftse Mib perde l’1,80% a 22.799 punti, più marcato rispetto a quello delle principali borse internazionali, che sono comunque negative. Le vendite colpiscono soprattutto i titoli bancari e quelli energetici, ieri positivi. (AGI) Ven

Lo spread supera i 190 e la Borsa perde ancora

Lo spread supera i 190 e la Borsa perde ancora

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Google trema: maxi-causa da 4,3 miliardi

L’accusa: «Tracciati per scopi pubblicitari mentre si navigava con l’iPhone»

«Google you owe us», Google ci sei debitore. Precisamente di 4,3 miliardi di dollari. Hanno le idee chiare i quasi 4 milioni e mezzo di consumatori britannici che sotto questo slogan si sono uniti in una class action per fare causa a Mountain View. L’accusa che rivolgono alla società del gruppo Alphabet è di aver illegalmente tracciato la loro navigazione online da iPhone attraverso l’app Safari, sviluppata da Apple, e di averli così profilati dal punto di vista pubblicitario.

La causa è partita lo scorso novembre. A guidarla Richard Lloyd, esperto di tutela dei consumatori ed ex presidente della principale associazione britannica attiva nel settore, «Which?». Ora, dopo due giorni di audizioni, gli avvocati che rappresentano i ricorrenti hanno comunicato le tipologie di dati secondo loro raccolti segretamente da Google. Si tratta di dettagli su etnia, salute fisica e mentale, inclinazioni politiche, sessualità, classe sociale, finanze personali, abitudini negli acquisti e geolocalizzazione. Informazioni che, secondo il gruppo di consumatori, sarebbero state carpite da Google tra il 2011 e il 2012 per poi essere aggregate e usate per categorizzare gli utenti, che secondo quanto spiegato dai legali sarebbero stati inseriti in gruppi come «appassionati di calcio» o «interessati all’attualità» in base alle loro preferenze. In questo modo gli incosci navigatori del web sarebbero stati profilati dal punto di vista del targeting della pubblicità. «Google you owe us», che punta a coinvolgere nella causa anche gli utenti americani, spera di portare a casa un risarcimento di 750 sterline (poco più di 850 euro) per ogni vittima, per un totale di 3,2 miliardi di sterline (3,6 miliardi di euro) da prelevare dalle casse di Google.

Ma come avrebbe fatto il colosso guidato dall’indo-americano Sundar Pichai a infilarsi nel codice di Safari, che ha tra le impostazioni predefinite quella di bloccare il tracciamento da parte di terzi attraverso i cookie, i gettoni identificativi che contengono informazioni sull’utente che naviga in Internet? Secondo i ricorrenti, Google sarebbe riuscito a forzare con un codice il browser di Apple e a costringerlo ad accettare un cookie «passivo», senza alcun intervento dell’utente. Che così non sapeva di essere «spiato».

Mountain View ha replicato che rifiuta le accuse e che nessuna informazione sugli utenti è stata data a terze parti. Ma la società, negli Stati Uniti, è già stata costretta a elargire risarcimenti per un totale di 39,5 milioni di dollari per chiudere azioni legali sulla stessa vicenda. Nel 2012, infatti, le toccò una multa da 22,5 milioni di dollari da versare alla Federal Trade Commission, l’agenzia indipendente statunitense che si occupa di tutela dei consumatori, mentre l’anno successivo pagò 17 milioni di dollari a 37 Stati sempre in seguito alla violazione del browser Apple.

Google trema: maxi-causa da 4,3 miliardi

Google trema: maxi-causa da 4,3 miliardi

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