Telecom, nuovi alleati per Elliott

Pure Iss contro Viventi. Pressing Consob, oggi cda straordinario per informare i soci

Cinzia Meoni

Sulla battaglia tra Elliott e Vivendi per la governance di Tim torna in pressing la Consob.

Il gruppo di tlc ha dovuto convocare per oggi un cda straordinario con all’ordine del giorno alcune integrazioni alle informazioni richieste dalla Commissione, che da tempo ha acceso un faro sulla gestione dei francesi, in vista dell’assemblea del 24 aprile.

Tutto può ancora accadere. Davanti al Tribunale di Milano pende, infatti, la richiesta di un procedimento d’urgenza presentato da Telecom e dal suo socio di riferimento Vivendi (23,9%) contro l’integrazione dell’ordine del giorno voluta da Elliott e accolta dal collegio sindacale, per votare la rimozione dei consiglieri di nomina francese e la loro sostituzione con i consiglieri presenti nella lista del fondo Usa. Il procedimento è stato assegnato ieri al giudice Elena Riva Crugnola, che, prima del 24, dovrà decidere se consentire o meno di votare la revoca di un board che a Parigi considerano già decaduto alla luce delle dimissioni in massa dei propri rappresentanti.

I giochi sono ancora aperti tanto più che, almeno in teoria (articolo 700 codice di procedura civile), non esistono vincoli temporali specifici per attendere il provvedimento d’urgenza richiesto. Se il ricorso fosse respinto, l’assemblea del 24 aprile potrebbe mandare in minoranza il gruppo presieduto da Vincent Bolloré e annullare di conseguenza l’assise successiva del 4 maggio, per la rielezione dell’intero consiglio di amministrazione con il meccanismo del voto di lista.

Se invece il ricorso fosse accolto, lo scontro si sposterebbe di dieci giorni. Nel frattempo, per l’assemblea si prepara il tutto esaurito: sono stati depositati titoli pari al 68% del capitale, dieci punti in più rispetto agli ultimi appuntamenti societari. Elliott e i suoi alleati potrebbero già sfiorare il 35% del capitale di consenso. Tornano a farsi sentire anche i proxy advisor: Iss ha invitato a votare la lista di Elliott perchè «ha presentato argomenti convincenti».

Tra le ragioni per un cambio della guardia anche le «difficili relazioni» tra francesi e governo italiano, come dimostrano le parole del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, che in un’intervista ha definito Vivendi un «pessimo azionista».

Vicino al fondo attivista di Paul Singer c’è anche la Cassa Depositi e Prestiti che, in vista della battaglia, è salita a inizio mese al 4,2% del capitale. L’intervento sarebbe finito nel mirino della Consob in quanto preannunciato da agenzie e stampa ben informate. Forse fin troppo. Nei giorni caldi della discesa in campo, il Codacons aveva infatti presentato un esposto alla Commissione (e anche alla Corte dei Conti e Procura della Repubblica di Roma), chiedendo di bloccare l’operazione e ipotizzando «una forma di insider trading e un danno erariale a discapito della collettività.

L’incauto annuncio» della Cassa presieduta da Claudio Costamagna, secondo quanto dichiarato dall’associazione dei consumatori, avrebbe infatti fatto «schizzare il titolo alle stelle» (8%), aumentando, di fatto, i costi per i contribuenti essendo la Cassa controllata dal Tesoro.

In Piazza Affari, intanto, ieri è stata una giornata d’attesa: Telecom ha chiuso con un +0,35% a 0,85 euro.

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Trump: Cina e Russia svalutano le loro monete

Ma il Tesoro Usa lo smentisce: Pechino e Mosca fuori dalla lista dei manipolatori di valute

«La Russia e la Cina stanno giocando al gioco della svalutazione di valute mentre gli Usa tengono bassi i tassi di interesse. Inaccettabile!». La manipolazione del mercato dei cambi è una vecchia fissa di Donald Trump, fin dai tempi del j’accuse alla Germania di sfruttare l’euro, «un marco mascherato», per esportare di più. Ma l’ultimo tweet del tycoon ha ben altra valenza: finisce in rete nel momento in cui i rapporti con Pechino e Mosca segnano il punto di maggior caduta. Con il Dragone, Washington sta ingaggiando una disputa a colpi di dazi che potrebbe presto sfociare nell’annuncio di ulteriori tariffe supplementari, da parte degli Usa, per un controvalore pari a 150 miliardi di dollari. Una rappresaglia che l’ex Celeste Impero certo non accetterebbe senza colpo ferire. A invelenire i rapporti tra le due super-potenze ha anche contribuito la decisione cinese di lanciato i futures sul greggio denominati in yuan, per gli Stati Uniti un atto di lesa maestà nei confronti del dollaro.

In ogni caso, dal punto di vista strettamente valutario, le parole dell’inquilino della Casa Bianca suonano un po’ sgangherate come tempistica. Nelle ultime settimane, infatti, lo yuan si è rafforzato contro il dollaro come non aveva mai fatto dalla svalutazione a sorpresa annunciata da Pechino nell’agosto 2015, anche se da inizio anno il biglietto verde ha perso il 3,4% nei confronti della moneta asiatica. Discorso analogo per il rublo, il cui crollo negli ultimi giorni non è stato indotto da una svalutazione pilotata (mossa che, peraltro, costringerebbe i russi ad alzare ancora i tassi in un momento assai sfavorevole), ma a causa delle sanzioni che Trump ha scatenato contro la Russia. Mosca rischia inoltre nuove ritorsioni Usa per avere aiutato la Siria a sviluppare presunte armi chimiche che, secondo Washington, sono state usate a Douma due sabati fa.

Il cinguettio trumpiano ha insomma, soprattutto nella parte che riguarda la Russia, un peso essenzialmente politico e scarso fondamento economico. Lo prova il fresco rapporto con cui il Tesoro Usa non ha inserito nè la Cina nè la Russia nella lista dei manipolatori di valute. Pechino, assieme a Giappone, India, Svizzera, Corea e Germania, figura solo nell’elenco dei Paesi monitorati.

Trump ha intanto sciolto le riserve sul vice di Jerome Powell alla Federal Reserve. A ricoprire l’incarico, sarà l’economista di Pimco Richard Clarida. Non un falco e nemmeno una colomba, ma un uomo pragmatico che ha lavorato tra il 2002 e il 2003 al dipartimento del Tesoro con l’amministrazione di George W. Bush.

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Italia divisa dal fisco Roma, Torino e Napoli le città più tartassate

Imposte locali: dove non conviene risiedere Nel Nord Est si risparmiano fino a 3mila euro

Roma Roma, Torino e Napoli oltre a condividere lo status di capitali, sia pure in tempi diversi, sono accomunate dal record delle tasse locali più alte. Mentre Venezia, altra ex capitale, è tra le città che non infieriscono sul contribuente.

Le giunte regionali e comunali delle prime tre città sono quelli che chiedono di più ai propri cittadini. Difficile sostenere che ci sia una relazione diretta con il livello dei servizi, soprattutto se si considera che in testa a tutte le classifiche della pressione fiscale si piazza il Lazio.

Il fisco locale è finito negli ultimi giorni sotto i riflettori del Consiglio nazionale dei commercialisti e di Unimpresa. Un’emergenza (è noto che la pressione fiscale negli ultimi anni sia aumentata soprattutto a causa di addizionali, aliquote della patrimoniale sugli immobili e imposta regionale sulle imprese) che il prossimo governo non potrà ignorare.

Dalla Mappa del fisco locale stilata dal Centro studi di Unimpresa emerge che Roma, Torino, Napoli, Genova, Bologna, Ancona e Campobasso sono le città «più tassate» d’Italia. Tre dei quattro tributi locali presi in considerazione dall’unione delle piccole imprese in queste città sono ai livelli massimi. Nel dettaglio Roma guadagna lo scettro del fisco più pesante grazie a tre aliquote: il 4,82% di Irap, il 4,23% di addizionali Irpef, l’1,06% di Imu. Torino con il 4,13% di addizionali Irpef, l’1,06% di Imu e lo 0,33% di Tasi. A Napoli si paga il 4,97% di Irap, l’1,06% di Imu e lo 0,33% di Tasi.

Nella parte intermedia, cioè tra le città che applicano due aliquote record, ci sono Firenze per l’Imu all’1,06% e la Tasi allo 0,33%, Palermo per l’Irap al 4,82% e l’Imu all’1,06%, Perugia per l’Imu all’1,06% e la Tasi allo 0,33%.

Tra le città che se la cavano meglio c’è Milano con un solo punto per l’Imu all’1,06%. Zero punti solo a Venezia che è l’unica città, secondo il centro studi di Unimpresa, dove il prelievo è sempre sotto le soglie più alte: nel capoluogo della regione Veneto fisco leggero perché si paga il 3,90% di Irap, il 2,03% di addizionali Irpef (1,23% regionale e 0,80% comunale), lo 0,81% di Imu e lo 0,29% di Tasi.

Nei giorni sorsi il Centro studi del Consiglio nazionale dei commercialisti ha incrociato i dati delle dichiarazioni dei redditi e i modelli Cud presentati nel 2017, quindi sui redditi del 2016, per calcolare il prelievo medio dell’addizionali regionali e comunali Irpef, che rappresentano da sole il 10% del prelievo sui redditi delle famiglie (156 i miliardi di Irpef dovuta, 12 quelli dovuti per l’addizionale regionale, 4,8 quelli per l’addizionale comunale).

L’addizionale regionale più cara è appunto quella del lazio. Per un reddito medio di 36 mila euro è di 849 euro. Segue il Molise (789 euro), la Campania (731 euro) e Piemonte (740 euro), mentre quelle meno care si pagano nel Nord Est ed in Sardegna. Il Friuli Venezia Giulia è la regione con le addizionali Irpef più basse (363 euro).

Le differenze si sentono ancora di più tra i contribuenti più ricchi, i 450 mila che dichiarano più di 100 mila euro all’anno. Uno su quattro, cioè quelli che abitano nel Lazio e nel Piemonte, arrivano a pagare 3.000 euro in più dei pari reddito friulani o sardi. Si va da 5.100 euro del Lazio ai 1.900 euro del Friuli.

Si parla solo di una parte della tassazione, quindi per ora non ci saranno migrazioni di contribuenti da una regione all’altra. Però, ha osservato il Presidente del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili Massimo Miani, se queste differenze dovessero aumentare la variabile fisco locale diventerà un «fattore tutt’altro che trascurabile» per una bella fetta di contribuenti.

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Un ad guadagna il triplo di un bancario

Per un impiegato di banca ci vogliono tre vite per avere lo stesso stipendio dei big

«Un bancario deve così lavorare tre vite per avere la stessa retribuzione annuale di un banchiere». A fare i conti in tasca ai top manager del credito è uno studio del sindacato First Cisl da cui emergono multipli fra i salari dei dipendenti e quelli dei vertici che in alcuni casi raggiungono le 40, 50 e appunto 122 volte. Tradotto: un amministratore delegato delle banche italiane può guadagnare oltre 100 volte lo stipendio medio di un bancario del suo gruppo. Considerate le varie voci di remunerazione e il fair value delle azioni ricevute come incentivo, spiegano dall’ufficio studi del sindacato, l’ad di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha incassato quasi 5,5 milioni di euro che equivalgono allo stipendio medio annuo di 122 dipendenti del gruppo: sono 15 mila euro al giorno, inclusi i festivi. L’ad di UniCredit, Jean Pierre Mustier, è a meno della metà: 6.200 euro al giorno, inclusa la parte azionaria, per un totale di 2,3 milioni, corrispondenti a 53 salari medi del gruppo.

Agli ad del Banco Bpm, Giuseppe Castagna, e di Ubi, Victor Massiah, sono andati rispettivamente 1,8 e 1,6 milioni, mentre l’ad di Mps, Marco Morelli, ha ricevuto 1,1 milioni, come lo stipendio di 22 dipendenti. Il doppio rispetto al moltiplicatore di 10 retribuzioni imposto dalla Commissione europea a luglio in sede di approvazione della ricapitalizzazione prudenziale della banca. Ma a partire da quella data il suo stipendio é sceso a 466mila euro lordi. «Io dal 5 luglio guadagno questa cifra, alcuni dei miei riporti guadagnano questa cifra, e finchè c’è l’aiuto di Stato nessuno può superarla», ha detto in assemblea giovedì scorso.

Allineato al livello di 10 volte lo stipendio medio dei dipendenti il presidente del Banco Bpm, Carlo Fratta Pasini, che ha incassato 560 mila euro. Quanto a Carige, per ciascuno dei suoi 193 giorni di lavoro al timone dell’istituto ligure, l’ad Paolo Fiorentino ha avuto quasi 3.750 euro, per un totale di 723 mila euro, equivalenti a quanto hanno avuto nello stesso periodo 29 dipendenti. Al Credito Valtellinese, il direttore generale Mauro Selvetti e il presidente Miro Fiordi hanno ottenuto compensi intorno ai 700 mila euro, pari a una quindicina di stipendi medi. In casa della concorrente locale, Popolare di Sondrio, l’ad Mario Alberto Pedranzini ha ottenuto 1,4 milioni (28 stipendi medi), mentre è di soli 6 salari il moltiplicatore del presidente Francesco Venosta, che ha ricevuto 314 mila euro. Fatti i conti, il segretario FIrst, Giulio Romani passa all’attacco chiedendo «subito una legge del nuovo governo per stabilire un tetto e soprattutto legare le retribuzioni dei manager a obiettivi di carattere sociale in un arco temporale di medio lungo termine».

Va comunque ricordato che secondo l’autorità bancaria europea (Eba), nel 2016 è sceso del 10,6% il numero di quelli con stipendi e bonus sopra il milione di euro annui, mentre in Italia è rimasto quasi invariato (da 174 a 172). I nostri banchieri hanno guadagnato in media 1,73 milioni a testa. Nel suo rapporto annuale l’Eba rileva che in totale fra stipendi fissi, variabili e bonus dilazionati nel tempo, i top manager italiani sono costati al settore bancario e finanziario 351 milioni. Quasi un terzo è andato a 58 dirigenti dell’investment banking principalmente sotto forma di bonus: la parte variabile costituisce i due terzi della remunerazione totale.

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Tim, asse Germania-Usa contro Parigi

Il fondo tedesco Svm si schiera con Elliott per rimuovere lo «sconto Vivendi»

Sorpresa: nella guerra contro i francesi di Vivendi sulla governance di Tim, gli americani di Elliott fanno asse con i tedeschi.

Con una partecipazione dell’1% sul capitale ordinario, il gestore di fondi tedesco Shareholder Value Management ha l’intenzione«di supportare proattivamente l’azione» del fondo attivista di Paul Singer e «sta valutando attentamente l’opportunità di aumentare la propria partecipazione in Tim ad oltre il 2%», si legge in una nota diffusa ieri. L’investimento di Svm si fonda sulla convinzione che vi sia una «significativa discrepanza tra l’attuale prezzo di mercato delle azioni ed il valore intrinseco degli asset della società», viene aggiunto da Shareholder Value che punta il dito su «quello che può solo essere definito come lo sconto Vivendi che si è materializzato nel tempo ma che può essere facilmente e rapidamente rimosso attraverso la nomina di un cda pienamente indipendente che agisca nel migliore interesse di tutti gli azionisti». Il fondo tedesco può contare su un patrimonio di 3 miliardi di euro in attività di gestione/advisory e si è già fatto conoscere per la battaglia in atto su Retelit di cui detiene una quota frazionale ma partecipa al patto che raccoglie il 24,3% con i libici di Bousval e Axxion, in contrapposizione alla cordata Fiber 4.0 di cui fa parte il finanziere Raffaele Mincione (socio anche di Carige).

Con l’avvicinarsi dell’assemblea si alza, dunque, il velo sulle quote rilevanti. Venerdì è uscita allo scoperto il colosso Usa Jp Morgan che non ha diritti di voto ma ha dovuto dichiarare alla Consob la sua partecipazione indiretta pari al 5,932% e dettagliarla. Il pacchetto più consistente è quello che ha come controparte Elliott, un’opzione «call/put» con scadenza tra febbraio e giugno 2019 corrispondente al 4,267% del capitale. Un ultimo 1,056% corrisponde a un derivato equity swap con scadenza tra aprile 2018 e febbraio 2023.

Grazie anche all’assist di Svm, il fondo Elliott dovrebbe avvicinarsi al 35% dei consensi mentre Vivendi conta per ora sul suo 24% scarso, con l’obiettivo di rinviare l’assise per cercare alleati. Alla scadenza per il deposito delle azioni valide ai fini dell’assemblea del 24 la sensazione è che si vada a un record ben oltre il 60% degli azionisti presenti.

In attesa, comunque, dell’esito del ricorso di Tim e dell’azionista di controllo, giovedì si terrà l’assemblea del gruppo guidato da Vincent Bolloré a Parigi.

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Fca guarda al dividendo per il 2019

E Marchionne: “Bene Altavilla nel cda di Telecom, serve a sviluppare la leadership”

Fca riapre alla cedola per i propri azionisti dal 2019; la holding Exor, guidata da John Elkann, garantisce la volontà di restare nel capitale del gruppo e di sostenerne lo sviluppo futuro; mentre per il nome del successore di Sergio Marchionne, nel ruolo di ad, bisognerà attendere l’assemblea dell’anno prossimo. In quella occasione, gli investitori di Fca saranno chiamati ad approvare il bilancio 2018 e il rinnovo delle cariche all’interno del cda, che prevede appunto la fiducia al nuovo ad.

Questi, insieme allo scorporo di Magneti Marelli e al raggiungimento degli obiettivi 2018, i temi principali che hanno animato l’assemblea degli azionisti di Fca che ha approvato l’esercizio 2017. Ad Amsterdam, dunque, nessuna novità o anticipazione rispetto al piano industriale al 2022 che Marchionne illustrerà al mercato l’1 giugno a Balocco.

All’assise di Fca è seguita quella di Ferrari che ha pure approvato i conti del 2017 (dividendo di 0,71 euro per azione) durante la quale il presidente e ad Marchionne ha parlato di «un altro anno con nuovi fantastici modelli e una performance finanziaria solida e molto buona». «E due anni dopo la quotazione negli Usa e in Italia – ha aggiunto – possiamo confermare che non solo abbiamo mantenuto le promesse, ma in alcuni casi abbiamo anche superato il nostro piano: l’ebitda adjusted è salito oltre un miliardo, con un margine del 30,3%, due anni prima di quanto indicato nel piano per l’Ipo».

Parlando degli obiettivi di Fca del 2018, Marchionne si è dimostrato fiducioso che all’Investor Day di Balocco possa presentarsi con la cravatta, il segnale che l’azzeramento del debito è stato raggiunto. E sul dividendo, che nel 2019 tornerebbe dopo un’assenza che dura dal 2007, l’ad si è limitato a dire che «ci sono buone probabilità che la cedola apparirà in futuro».

Nessuna nuova, invece, sul nome del futuro ad di Fca. A proposito di Alfredo Altavilla, coo Emea del gruppo, tra i principali candidati all’incarico di vertice, Marchionne ha spiegato di essere stato lui a spingere affinché entrasse nel cda di Telecom con il team del fondo Elliott. «Sono cose buone per la crescita personale – ha osservato – fa parte dello sviluppo della leadership». Sull’argomento (in lizza ci sono anche il cfo Richard Palmer; il capo di Jeep, Mike Manley; e l’ad di Magneti Marelli, Pietro Gorlier), il presidente Elkann ha osservato che «sarà difficile, ma troveremo la persona adatta, capace, dedicata per fare da ceo. Fidatevi». E Marchionne: «Abbiamo lavorato sodo per selezionare leader validi da portare in azienda. È un tema che è nelle mie riflessioni da anni. Quello che vedo m’incoraggia, ma è difficile il momento, è difficile da trovare rispetto al 2004. Quando sono arrivato in Fca ero il quinto ceo in 24 mesi. Dobbiamo evitare soluzioni di questo tipo».

«Se non dovessero trovare la quadra – azzarda un osservatore – ci potrebbe essere questa ipotesi remota: Marchionne presidente e due direttori generali, formula già applicata in passato nel gruppo».

Intanto, rispetto a qualche tempo fa, ecco la conferma del cambio di strategia del gruppo in tema di nozze, prima ritenute indispensabili per il futuro. «Dire che un consolidamento serve – ha precisato Elkann – non va tradotto come abbiamo bisogno di fare qualcosa. Quello che conta è posizionare l’azienda e renderla più performante, quello è stato fatto». Piuttosto, per Marchionne c’è la necessità di unire le forze per gli investimenti nello sviluppo, anche se «la nostra abilità di trovare un partner per quello è stata zero; ci hanno rifiutato tutti per un’arroganza, un attaccamento allo sviluppo interno». Sullo spin-off previsto di Magneti Marelli, valutata tra 5 e 5,5 miliardi, la prospettiva è di chiudere l’operazione in dicembre.

Infine, il tormentone della Ferrari elettrica: «Non ci sarà prima del 2022, dobbiamo capire se ogni modello deve avere una versione elettrica o no», la risposta del presidente.

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Ricorso di Tim e Vivendi anti Elliott

Azione d’urgenza del cda contro i sindaci. Jp Morgan al 5,9%

La battaglia tra Vivendi e Elliott per Telcom Italia arriva in tribunale. La società telefonica ha presentato l’atteso ricorso contro la decisione del collegio sindacale di mettere all’ordine del giorno del 24 aprile la richiesta del fondo Usa di revocare i consiglieri di amministrazione in quota Vivendi e di sostituirli con i suoi candidati. Tim ha presentato un ricorso d’urgenza, chiedendo l’adozione di provvedimenti entro l’assemblea. Anche il gruppo presieduto da Vincent Bolloré, azionista di maggioranza di Tim con il 23,9%, ha presentato ricorso d’urgenza contro il collegio sindacale il cui operato è invece supportato dai 5 consiglieri di amministrazione in quota Assogestioni.

Se l’operato del collegio sindacale sarà ritenuto corretto il fondo Elliott potrebbe riuscire a far eleggere i suoi rappresentanti, che potrebbero poi annullare l’assemblea del 4 maggio, voluta da Vivendi per la rielezione completa del collegio sindacale. Certo è che, con il 23,9%, i francesi potranno facilmente proporre un’altra assemblea.

Oltre al responso del tribunale Elliott, per vincere, ha bisogno dei voti in assemblea. Ieri è emerso che anche Jp Morgan è della partita con una quota complessiva, tra derivati e opzioni, del 5,9% senza diritti di voto. La controparte del pacchetto più rilevante (pari al 4,26%) è la stessa Elliott, che a sua volta è vicina al 9%: la quota totale è quindi oltre il 13 per cento. E poi c’è la Cdp che ha il 5% circa. E dunque il fondo Usa potrebbe facilmente raggiungere, grazie anche all’appoggio di altri fondi, il 24% pareggiando Vivendi. Ma potrebbe andare ben oltre visto che gli advisor indipendenti Glass Lewis e Iss hanno consigliato ai fondi, che detengono il 58% di Tim, di appoggiare Elliott.

Quanto al retail al lavoro per Elliott c’è Georgeson come proxy sollecitor. Vivendi invece, secondo indiscrezioni, avrebbe «spinto» Telecom a reclutare un proxy sollecitor per il suo fronte. Per vincere Elliott ha, però, bisogno di una alta affluenza di soci in assemblea, superiore cioè al 60% del maggio 2016. Solo così sarà possibile arginare la forte quota dei francesi. Che nel frattempo potrebbe aver trovato degli alleati. I fondi francesi hanno circa il 5% e poi va detto che da inizio marzo in Borsa sono passati di mano titoli pari al 23% di Telecom.

Se l’assemblea di Tim si preannuncia combattuta quella della sua controllata, al 60,3%, Inwit che si occupa delle torri trasmissive, si è conclusa senza problemi. Il bilancio approvato presenta un utile netto 126,74 milioni e un dividendo pari a 0,19 euro. In cda sono entrati Stefano Siragusa e Giovanni Ferigo, rispettivamentenuovi presidente e ad della società. Sempre ieri il cda di Open Fiber, promessa sposa della costituenda società della rete di Tim, ha confermato la collaborazione con Vodafone e approvato il nuovo piano industriale che interessa 271 città italiane con 6,5 miliardi di investimenti.

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L'Antitrust conferma stop ai rincari in bolletta

L’Antitrust, guidato da Giovanni Pitruzzella, conferma le misure cautelari adottate in via d’urgenza il 21 marzo nell’ambito dell’istruttoria avviata a febbraio «per accertare la sussistenza di un’intesa restrittiva della concorrenza tra Tim, Vodafone, Fastweb e Wind Tre», passando dalle tariffe a 28 giorni a quelle mensili imposte dalla legge.

Restano, quindi, sospesi i rialzi delle bollette. L’Autorità sostiene infatti che «i principali operatori telefonici avrebbero, anche tramite l’associazione di categoria Asstel, coordinato parte della propria strategia commerciale.

Nel frattempo gli operatori hanno comunque reagito all’ordine dell’Antitrust, provando a differenziare le proprie tariffe. A conti fatti, i rincari tuttavia sono sostanzialmente rimasti per gli utenti, e gli operatori potrebbero dare ulteriore stretta. Visto che, al momento, per ricaricare alcune tariffe che erano, ad esempio, pari a 10 euro al mese, essendo passate a 10,82 euro, bisogna fare una ricarica da 11 euro. Aggiungendo un euro al mese, la spesa per l’utente finale quindi non cambia molto rispetto alle tariffe a 28 giorni, anzi peggiora fino a 2 euro all’anno. C’è da vedere cosa dirà l’Autorità.

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Fondazioni, via al gran ballo per la successione a Guzzetti

L’Acri promuove Tombari a vice, ma per la presidenza in pole c’è Melley. A Siena è guerra sul dopo Clarich

«Si tranquillizzino quelli che continuano a dire non è ora che si tolga dai piedi questo qui, perché finalmente dai piedi mi tolgo, me lo ordina la legge». Così parlò Giuseppe Guzzetti lo scorso 22 febbraio, in vista della scadenza (dopo ventidue anni) del suo incarico nel 2019 sia in Cariplo sia al vertice dell’Acri, l’associazione delle fondazioni.

L’ottantatreenne Guzzetti ha sistemato gli intrecci velenosi con le banche, gli enti sono ormai scesi nel capitale del credito facendo largo ai fondi internazionali, e ha concentrato l’attività sulla riorganizzazione del terzo settore da cui ora passa e passerà il «controllo» del territorio. E ha anche avviato il cantiere per la successione al timone della lobby degli enti: in molti scommettono che il testimone passerà nelle mani del presidente della fondazione Cassa di Risparmio di Spezia Matteo Melley, classe 1960, avvocato, già scelto come vicepresidente dell’Acri e presidente di Cdp immobiliare. Sembra, dunque, strategica la scelta varata ieri di allargare la squadra di vicepresidenti di cui fanno già parte oltre a Melley, il presidente della Cassa di Fossano, Giuseppe Ghisolfi, e Francesco Profumo che presiede la Compagnia di San Paolo. Come suo terzo vice, Guzzetti ha arruolato Umberto Tombari, presidente della Fondazione Cr Firenze. Professore ordinario di Diritto civile all’università e avvocato specializzato in diritto societario, Tombari è finito alla ribalta delle cronache politiche per essere stato il datore di lavoro dell’ex ministro, Maria Elena Boschi, nel suo studio legale di Firenze. E di Tombari è stata allieva anche Anna Genovese, commissario Consob che ha gestito la transizione in attesa del nuovo presidente, Mario Nava (si insedierà lunedì).

Al giro di poltrone in Acri si aggiunge quella della Fondazione Mps. Il 2 febbraio Marcello Clarich ha annunciato di non essere disponibile per un secondo mandato alla presidenza dell’ente senese (rimasto con in mano solo lo 0,026% del Monte) invocando come suo successore «una figura, di indiscussa professionalità e indipendenza, più legata al contesto locale per proseguire nel rilancio» di Palazzo Sansedoni che con un patrimonio di circa 430 milioni può garantire 4 milioni di erogazioni per i prossimi quattro anni. «La Fondazione Mps oggi è risanata. I problemi che avevamo sono stati risolti», ha detto ieri Clarich durante la presentazione del resoconto di fine mandato della Deputazione amministratrice, nominata nel 2014, che sarà rinnovata il 20 aprile quando sarà approvato il bilancio dell’ente. E proprio su questo rinnovo, a ridosso delle elezioni amministrative previste per il 10 giugno, è già polemica fra il sindaco Bruno Valentini (ricandidato) che spinge per un rinnovo prima del voto sponsorizzando l’ex sindaco revisore di Mps, Marco Turchi, e il candidato di una lista civica sostenuta anche dal centrodestra alle comunali del 10 giugno, Luigi De Mossi, che invece chiede di rimandare le nomine a dopo le amministrative proprio stoppare le manovre sinistre sull’ex azionista di controllo del Montepaschi, ancora visto come un bacino di consensi elettorali.

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Così riparte l'Italia dei Saloni

Luti riscrive il manifesto del Salone del Mobile sulla parola “impresa”. E i fondi fanno il pieno con il Pir

Lo abbiamo già scritto più volte, il Salone del Mobile, che si apre martedì prossimo a Milano, è una delle manifestazioni più interessanti di questo Paese. E nel suo settore, del mondo. Ci sono molte Fiere, tra le duecento di sapore internazionale, che hanno primati mondiali. Dal food alle macchine utensili. Ma il Salone del Mobile, ci scuseranno i cugini di casa, è un unicum. Così come eccezionale è stata una fiera, se ci passate il termine, di tutt’altro contenuto, che si è tenuta sempre a Milano e sempre in questi giorni. È il Salone del Risparmio, con 4.800 presenze nella sola prima giornata e con numeri da favola. Entrambe le manifestazioni hanno una cosa in comune: riguardano il genio della piccola e media impresa.

Claudio Luti, ritornato alla presidenza del Mobile, ha voluto quest’anno legare la manifestazione ad un vero e proprio manifesto che è molto più di una serie di buoni principi. C’è una lista di parole d’ordine che forse i nostri politici dovrebbero seguire un po’ di più, invece di andare a caccia di farfalle con i retini della propaganda. La manifestazione mobiliera di Milano è infatti un vero motore economico per l’Italia: non solo per i suoi duemila espositori (di cui un quinto stranieri), per uno spazio espositivo monstre da 200mila metri quadrati, ma anche per tutto ciò che gli gira intorno compresa la geniale invenzione di Gilda Bojardi direttrice di Interni e il suo Fuorisalone. Altro che Suzy Menkez e le antipaticissime signore della moda. Ma questo è un altro discorso. Torniamo al Manifesto di Luti. Le parole chiave sono impresa, da cui tutto nasce, senza di essa la manifestazione è fuffa. Ma impresa da noi vuole e deve dire qualità, altrimenti siamo morti: non si compete con i ribassi e men che mai con i dazi. Permettete alle imprese italiane di lavorare con qualità ed essere immerse nella nostra cultura e saranno vincenti nel mondo. Certo il sistema conta, è importante che università e giovani forniscano idee fresche e che il networking non sia solo uno smile su Facebook, ma anche un’idea e un concetto raccontato sui social. Il mondo viaggia a duemila e se c’è qualcuno che lo può intercettare è la settimana prossima a Milano: giovani, imprese, università, cultura, social e design.

Tutto ciò ha bisogno ovviamente di quattrini e capitali. Mi raccontavano solo pochi giorni fa, durante un incontro organizzato da Panorama Italia a Firenze, due pionieri del mondo del digitale italiano (Alberto Fioravanti di Digital Magics e Alessandro Sordi di Nana Bianca) che il problema delle nostre start up, delle nostre imprese innovative, è anche quello della scarsità d capitali. Non ci sono gli investitori indipendenti che rischiano la pelle, modello Silicon Valley. Certo la formazione imprenditoriale dei giovani è quello che è, ma anche il nostro mercato dei capitali è asfittico.

Ecco perché dal Mobile al Salone del Risparmio il passo è veloce. Il presidente di Assogestioni, Tommaso Corcos, ci ha raccontato dove sta andando questa industria, che scava nella miniera del risparmio italiano. L’anno scorso, dopo solo dodici mesi di vita, i Piani individuali di risparmio (Pir) hanno fatto registrare l’11 per cento del totale della raccolta netta. Si tratta della bellezza di 11 miliardi di euro (per una media di 13.500 euro a risparmiatore) raccolti da ottocentomila sottoscrittori. Due terzi di loro non avevano mai investito in fondi. Ebbene, gran parte di questa massa di denaro è proprio finita in quelle medie e piccole imprese di cui parlavamo poco sopra. L’idea vincente del Pir è fornire ai risparmiatori un piccolo vantaggio fiscale e dall’altra parte obbligare i fondi a canalizzare queste risorse per almeno un quinto in Pmi italiane. È stato fatto molto di più, circa il doppio. Cinque degli undici miliardi raccolti sono finiti in piccole e medie aziende, alcune delle quali quotate (in questo caso c’è da dire pompando qualche valutazione oggi un po’ eccessiva).

Insomma, l’Italia ha un tessuto produttivo che vuole funzionare. E i nostri risparmiatori hanno le risorse, che se messe insieme, possono fornire i mezzi per un salto di qualità delle nostre aziende più innovative e coraggiose. Il risparmio, quasi sempre visto dal nostro legislatore fiscale e dai nostri soloni economisti keynesiani come un problema, è una grande risorsa. Basta metterla al servizio delle nostre imprese, che ne hanno bisogno come il pane.

Source: il giornale